di Stefano Spinelli
Medico e Cooperante di Rainbow for Africa

Sulla pelle dei migranti.
Breve cronaca di una criminalizzazione forzata

La fine di Mare Nostrum
La nostra storia inizia nei primi mesi del 2015 quando, sotto una forte spinta politica europea, l’Italia conclude la missione della Marina Militare Italiana denominata Mare Nostrum. Mare Nostrum era una operazione di Search and Rescue (SAR) iniziata dall’allora governo Letta a seguito di una delle gravi tragedie del mare che avevano sensibilmente toccato l’opinione pubblica italiana, il suo mandato era molto semplice: salvare la vita dei migranti che a decine di migliaia fuggivano dalla Libia in preda alla guerra civile operando in acque internazionali.
Perché chiudere Mare Nostrum? Molti si ricorderanno come una delle motivazioni addotte all’epoca fosse il costo eccessivo per il nostro Paese, ma ripercorrendo oggi le cronache di quei giorni si scopre come le cancellerie europee avessero a cuore un altro tema, quello del così detto “Pull factor”. Il “Pull factor” (fattore di attrazione) è per la scienza delle migrazioni un qualsiasi elemento che promuova le partenze di migranti, appunto attraendoli e nel caso in questione l’additato “Pull factor” era proprio l’operazione Mare Nostrum con le sue navi schierate e pronte a raccogliere i migranti in arrivo.
L’Europa intervenne in sostituzione della missione militare italiana affidando a Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, l’onere del controllo marittimo con una missione internazionale di polizia denominata Triton. In una prima fase i pattugliamenti dovevano limitarsi alle 60 miglia dalla costa italiana, in seguito estese nella così detta missione Triton II, ma cosa più importante era il nuovo mandato operativo della missione: non più il soccorso, ma il contrasto di polizia al traffico di esseri umani.
Improvvisamente il Mediterraneo centrale si trovò ad essere privo di una presenza di soccorso stabile e dedicata per rispondere alla crisi in atto, le conseguenze furono immediatamente tangibili: nel giro di pochi giorni si susseguirono diversi naufragi con la morte in mare di oltre 1000 persone.
Se il carico di morte era aumentano, la scomparsa del “Pull factor” Mare Nostrum non si dimostrò risolutiva: nei 4 mesi di durata della missione Triton I il numero delle partenze dalla Libia addirittura aumentò in modo significativo, prova dell’ininfluenza dei dispositivi di soccorso sulle dinamiche dei trafficanti.

Il grande Mediterraneo
Benché i primi drammatici incidenti abbiano spinto l’UE ad estendere l’area di pattugliamento di Frontex oltre le 60 miglia e l’istituzione dell’operazione militare a guida europea Eunavfor Med (c.d. Operazione Sophia) abbia portato un aumento del numero di assetti militari disponibili in mare, il quadro operativo dopo la fine di Mare Nostrum si delineava come molto complesso.
Guardia Costiera Italiana, attraverso il suo Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) con sede a Roma, era l’unica forza deputata primariamente al soccorso e alla tutela della vita in mare con in capo l’onere di intervenire in ogni modo e con ogni mezzo di fronte ad una richiesta di soccorso, come sancito dalla Convenzione di Amburgo. In questa fase il ricorso a grandi navi mercantili, specificamente dirottate dalle loro attività commerciali, era spesso l’unica soluzione possibile per poter prestare assistenza, con tutti i gravi rischi connessi all’uso di mezzi non adatti allo scopo e si sono registrati diversi incidenti dovuti a manovre brusche di queste grandi unità nel tentativo di approcciarsi alle piccole imbarcazioni dei migranti.
È in questo quadro di enorme sforzo di soccorso, tutto gravante sull’Italia, che le prime organizzazioni umanitarie civili hanno maturato l’idea di intervenire in supporto delle istituzioni italiane e per denunciare la grave assenza dell’Europa.


Il fallimento delle politiche europee

Mentre le persone continuavano a morire in mare, nell’area marina interessata dalle rotte dei migranti intervenivano ben due operazioni europee con il fine di contrastare le partenze ed arrestare gli scafisti, una missione di polizia di frontiera, Triton ed una operazione militare, Sophia. Le attività di ricognizione, arresto e distruzione dei natanti non hanno però prodotto i risultati sperati visto l’aumento sia del numero di partenze, che di morti in mare. E’ apparso subito chiaro che nessuna operazione di contrasto effettuata dalle acque internazionali può realmente arginare i flussi, limitandosi alla cattura di “pesci piccoli” della rete criminale. Solo un intervento “di terra” potrebbe ragionevolmente permettere un controllo delle partenze se voluto, intervento possibile soltanto con una preventiva pacificazione della Libia, ad oggi soltanto un miraggio.
Il fallimento delle politiche europee sull’immigrazione era quindi chiaro già alla fine del 2015.

Il ruolo delle ONG
Dopo tutto quello che impropriamente è stato detto e scritto sul ruolo delle organizzazioni umanitarie in mare occorre fare chiarezza. Le immagini di morte e disperazione che provenivano dal mare hanno scosso profondamente almeno una parte della società civile europea e le così dette ONG non sono che una espressione di questa società civile. L’Italia appariva sola a fronteggiare questo dramma umanitario, almeno apparentemente orgogliosa del suo ruolo di tutrice delle leggi del mare; la risposta di così tante e disparate organizzazioni nasce da questa volontà: soccorrere per salvare vite nel Mediterraneo, magari denunciando come l’Unione Europea stesse lasciando sola l’Italia nel farlo. Il clima all’epoca era molto più sereno dell’attuale e tutte le organizzazioni si sono a vario titolo coordinate con la Guardia Costiera Italiana per definire luoghi e modalità di intervento.
L’identificazione dell’area di maggiore densità di interventi di soccorso è stata rapida e semplice, come naturale è stato il progressivo avvicinarsi di tutti i mezzi di soccorso, governativi e non, verso le coste libiche nel tentativo di intercettare quanto prima chi fuggiva. Nel corso del 2016 la presenza di navi delle ONG ha portato ad un crollo dell’impiego occasionale di unità mercantili, permettendo un’assistenza qualificata sia durante il soccorso che nelle fasi di trasferimento verso i porti sicuri. Tutte le operazioni di soccorso sono state condotte sotto il diretto coordinamento della Centrale Operativa della Guardia Costiera Italiana a Roma, come da sempre confermato della Guardia Costiera stessa.
Per dare il giusto valore ai numeri, nel 2016 le organizzazioni non governative hanno complessivamente condotto meno del 30% degli interventi di soccorso.

“La calunnia è un venticello”
Il dubbio, si sa, è facilmente insinuabile, soprattutto quando un tema è importante quanto poco conosciuto.
La criminalizzazione dell’operato delle ONG comincia già a fine 2016 con due episodi distinti che sono all’origine della polemica che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi.
Il primo filone è quello di disinformazione aperto da un blog nord europeo che, utilizzando semplici applicativi web disponibili per chiunque, ha tracciato i dispositivi di localizzazione AIS (obbligatori per legge) delle navi umanitarie scoprendo un’incredibile realtà: le navi facevano la spola dal mare internazionale antistante la Libia ai porti siciliani. Questa “incredibile scoperta”, così nascosta da poter essere rinvenuta sul sito internet di ognuna delle ONG e su quello di Guardia Costiera Italiana, ha cominciato a rimbalzare per il web fino ad arrivare nelle mani di un giovane blogger italiano che ne ha fatto un prodotto virale, approdato addirittura sulla prima serata di una importante TV nazionale.
Ma se la “fake news” non fosse bastata ecco che si è aperto, praticamente in contemporanea, un parallelo fronte istituzionale di accuse nei confronti delle ONG: nel dicembre 2015 il Financial Times riporta un rapporto riservato di Frontex in cui si accusano le ONG di essere colluse con i trafficanti libici. Da questo rapporto probabilmente ha preso il via questo filone che ha poi raggiunto la Procura di Catania, il cui procuratore capo si è sentito, almeno in una prima fase della sua “azione investigativa”, di rilasciare continue interviste e dichiarazioni alla stampa in cui muoveva sospetti e formulava valutazioni sul tema delle migrazioni e in aperto contrasto con le ONG. Per sua stessa ammissione senza né prove né indagini aperte.

Le grandi inchieste
Come noto, il giornalismo non è insensibile alle notizie che fanno vendere copie e salire gli ascolti. E’ noto pure come la politica non sia insensibile a quanto riportato dai giornali.
Così molto rapidamente i due “filoni” del dibattito sono stati raccolti, mescolati, rilanciati ed amplificati da molti media, in modo variamente distorto e disinformato, portando questa questione ad essere il tema di copertina della maggior parte dei quotidiani e Tg nazionali.
Di fronte a tutto questo grande interesse la politica è intervenuta rapidamente, sia nelle sedi del dibattito che in quelle istituzionali: di fronte a questa insistenza ben tre commissioni parlamentari hanno aperto “inchieste informative” proprio sul tema delle ONG coinvolte nel SAR marino. La più importante di queste è stata senza dubbio quella effettuata dalla Commissione Difesa del Senato che molto rapidamente ha portato alla convocazione di tutti gli attori, governativi e non, coinvolti nella vicenda con lunghe e seguitissime audizioni pubbliche.
I risultati sono noti, non è stato ravvisato nessun elemento che indirizzi verso una possibile collusione tra organizzazioni civili e trafficanti di morte in Libia. In teoria tale risultato dovrebbe bastare a demolire tutto quello che è stato costruito dai media sulla vicenda, ma come spesso accade la politica manca di coraggio e nella relazione finale della commissione si continua a chiedere “un maggior controllo sull’operato delle ONG”, affermando per di più il loro ruolo di “Pull factor”. Curioso notare come sia la Guardia Costiera Italiana che la stessa Operazione Sophia in sede di audizione avessero categoricamente escluso l’esistenza di questo fantomatico “Pull factor”, sottolineandone l’inconsistenza ed eventualmente il ruolo marginale svolto dalle ONG in questo senso.

Cui prodest?
Che cosa resta oggi di tutto questo? Una insanabile lesione dell’immagine pubblica delle Organizzazioni Non Governative, messe alla gogna per oltre un mese in ogni luogo possibile della comunicazione e tacciate di essere manovrate da spregevoli criminali. Purtroppo nessun intervento riparatore è stato messo in campo da quando la notizia si è “sgonfiata” e la voce delle organizzazioni stesse si è rivelata troppo flebile per poter essere una valida autodifesa. Ancor più grave, complice la profonda ignoranza di cui soffre il nostro paese sui temi umanitari, la campagna stampa si è rivolta genericamente contro “le ONG” senza nessun distinguo, finendo per gettare fango su di un settore importante e composto da centinaia di migliaia di organizzazioni dedite alle attività di assistenza più disparate, sia in Italia che nel mondo. In mare non ha mai operato un numero superiore a 10 organizzazioni civili.
L’amplificazione del danno è stata colossale e determinerà probabilmente una grave sfiducia tra gli Italiani, le cui donazioni volontarie sono quasi sempre la base dell’attività umanitaria della maggior parte delle ONG.
Se è lecito domandarsi il perché di tutto questo, non è assolutamente semplice trovare una risposta.
Evidentemente l’operato delle Organizzazioni Umanitarie è considerato fastidioso, dà fastidio l’indipendenza e la neutralità che muove l’azione di soccorso. Non è solo un problema di controllo della loro attività, quanto il ruolo testimoniale che la presenza di navi umanitarie può avere: il mare è un luogo solitario, sufficientemente ampio per poter operare lontano da occhi indiscreti. La presenza di vascelli umanitari è senza dubbio un faro puntato a monitorare il rispetto delle leggi e dei diritti umani.
Va notato che a seguito di tutto questo la credibilità pubblica di una testimonianza portata dalle ONG presenti in mare si è molto ridotta.

L’esternalizzazione della frontiera
Ma cosa le organizzazioni umanitarie non dovrebbero raccontare?
Un’idea ci può venire guardando a quelle che sono le nuove politiche europee ed italiane di gestione del flusso migratorio dalla Libia.
Una sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo del 2012 ha condannato l’Italia per aver operato dei respingimenti dal mare verso la Libia: la Convenzione di Ginevra del 1951 è chiara, nessun potenziale richiedente asilo può essere respinto né può essere ricollocato in un paese in cui non possa far valere i suoi diritti basilari. E’ evidente che la Libia, che non ha ratificato la Convenzione, non lo è. Come è noto che “la clandestinità” in Libia costituisce reato ed è punita con la detenzione permanente in centri sulle cui condizioni esistono decine di rapporti indipendenti che confermano in mancato rispetto dei più elementari diritti e bisogni delle persone. E’ quindi un fatto ineluttabile, non è giuridicamente ammissibile alcun tipo di respingimento in mare verso la Libia operato dall’Italia o da qualsiasi altro stato europeo.
Ma la volontà politica, forte e dichiarata, è quella di chiudere la rotta ad ogni costo. Visto il fallimento della strategia basata sulla distruzione in mare dei barconi, oggi il nuovo obiettivo è quello di supportare la Libia ed il suo debole governo di Tripoli nel controllare le sue frontiere marine e terrestri. Per questo l’Europa e l’Italia si stanno impegnando nella formazione ed addestramento di almeno una delle così dette Guardie Costiere Libiche, ma più che l’addestramento è la fornitura di materiali e mezzi per renderle operative che vede impegnato il nostro paese: entro la fine di giugno saranno 10 le motovedette donate dall’Italia alle autorità di Tripoli. In sintesi, pagheremo la Libia per fare quello che per l’Italia e l’Europa sarebbe illegale fare, i respingimenti.
Se la motivazione formale è quella di rendere la Libia autonoma nel salvare le vite in mare, la realtà è che ormai ci sono numerose prove di collusione nel traffico di migranti delle autorità libiche di Guardia Costiera, come vari sono gli episodi di violenza contro migranti ed ONG: nell’estate 2016 una unità di Guardia Costiera Libica sparò alla nave Bourbon Argos di Medici Senza Frontiere, nel novembre dello stesso anno l’ONG tedesca Sea-Watch documentò il tentativo di respingimento di un gommone in acque internazionali dove, a causa delle violenze dei militari, si generò il panico portando alla morte per annegamento di diverse decine di persone. Più recentemente anche il personale medico di Rainbow for Africa ha assistito al respingimento violento di varie unità in distress nelle acque internazionali, con il deliberato uso di armi da fuoco. Proprio in quei giorni ci racconta il quotidiano Avvenire è stata presa di mira anche una motovedetta della Guardia Costiera Italiana, sempre in acque internazionali.
Forse è questo che le ONG non devono vedere e raccontare.

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