Anjali mi prende per mano, “Vieni a casa mia!”.
Felice, cammina veloce, i piedi scalzi ornati di campanelline fanno musica, i capelli neri, lucidi e lunghi brillano anche nella sera improvvisa e precoce di Kolkata.
“Vengo con te Anjali, stai tranquilla, ma rallentiamo il passo”.
“Ti porto io, non avere paura”. E mi stringe la mano più forte. È lei, 7 anni appena, a voler proteggere me, nel traffico caotico di Kolkata che non risparmia neanche le vie secondarie.
Si volta spesso per sorridermi, contenta senza fine di quell’abito giallo con le perline colorate che le abbiamo donato al centro per persone senza fissa dimora. Lei desiderava proprio quello!
Non so cosa sto provando, non lo capisco ancora, non lo metto a fuoco. È una forma irregolare di ansia, dolore, gratitudine, bellezza che si mescolano nello stomaco per quello che so di lei, per quello che ancora una volta vedo intorno a me. Persone e bambini sul marciapiede, a mangiare, a studiare, a giocare, ad abbracciarsi, a lavarsi, a cucinare, a dormire sotto teli che intuisco magnifici sebbene anneriti dallo smog pesante. A vivere.
“Ecco Simona, siamo arrivate!”
La casa di Anjali è un insieme di teli, plastica, pezzi di vecchi pneumatici, legno, spago, nastro adesivo, parti di lamiera di non so quale provenienza. Lei mi tira dentro decisa, mi fa sedere su un minuscolo panchetto, dallo smog passo al profumo di incenso e a quello della collana di rose d’India che mi mette al collo. Pochi centimetri, un’altra dimensione, tante lucine che danzano. Piccoli altari.
Anjali mi presenta la mamma, il fratellino molto piccolo dorme in una culla fatta di tessuti diversi, mi offre il chai e alcuni dei biscotti che le abbiamo dato al centro. Quel bicchierino bollente mi conforta e al contempo mi pesa, come fosse un incudine, mentre il panchetto sul quale sono seduta oscilla sulla strada sconnessa e il profumo dei fiori mi stordisce. Mi chiedo cosa possa aver fatto per meritare un’accoglienza simile, il sorriso della madre che mi benedice e Anjali che mi fa le trecce, annusandomi la testa. Si affacciano altre persone, a conoscermi, sono tutti gentili, dimentico le tensioni, mi lascio andare a quell’ospitalità. È incredibile l’India, indescrivibile la sua accoglienza, ovunque. Non mi ci abituerò mai, mi sorprenderà sempre con la sua bellissima invadenza. Mi donerà profondità e silenzi, nel quotidiano.
La madre di Anjali ha un sari blu e un viso di occhi neri e labbra ben disegnate, una cicatrice che cerca di coprire, parla pianissimo, come una nenia, e mi prende le mani. Mi dice che viene dal villaggio, il monsone ha portato via tutto, ha preso il treno con la famiglia e dopo dieci o venti giorni di viaggio, non ricorda, sono arrivati a Kolkata. Hanno girato per mesi con le loro poche cose, prima di trovare quel posto, lì stanno bene, c’è il centro, hanno vestiti e cose da mangiare, il marito aiuta un sarto, “abbiamo una casa” e indica il soffitto fatto di teli e parti di lamiera e le poche stoviglie, i pochi giochi dei figli, le loro cose. Ne è fiera e io con lei.
Anjali ascolta, ma è impaziente… appoggia la sua testa sulla mia spalla e dice qualcosa alla madre, in una lingua che non capisco, la incalza.
“Anjali vuole che ti dica che è felice perché tra poco ci trasferiremo nello slum, qui vicino, avremo una casa vera e lei andrà a scuola, grazie a Bhalobasa”.
Bhalobasa entra in quella casa, si parla di scuola… mi brucio la lingua con il chai bevendolo tutto insieme per buttare giù quel senso di amaro e di gioia che sento improvviso. Amaro, perché penso allo slum, a dove crescerà Anjali. Gioia perché ad Anjali si accendono gli occhi scurissimi mentre mi mostra il quaderno che riempie ogni giorno, seduta per terra con le gambe attorcigliate, aspettando… sognando di andare a scuola.
“Avrò le penne colorate e potrò fare il sole gli aquiloni i bambini e i tuoi capelli li disegnerò biondi non blu e quando tornerai scriverò bene il tuo nome…”. Non prende neanche fiato.
Non c’è più il senso di amaro, svanito, la prendo in braccio e riusciamo a stare entrambe su quel minuscolo panchetto in bilico, perfettamente. C’è solo gioia, tanta, crescente, condivisa, come fossimo nello stesso guscio. Mi sento a casa, lo dico alla madre, mi sento accolta come poche volte in vita mia, lei ringrazia e le dico che sono io a dover ringraziare per l’accoglienza e per essere riuscita a provare amore, grande, grazie all’insistenza di quella bambina che ora mi dorme in braccio.
Le dico che le sono grata, la abbraccio, ma è lei che dà conforto a me.
Anjali andrà a scuola grazie ai sostegni a distanza che Bhalobasa ha aperto nello slum, le si spalancherà il futuro, è intelligente, sveglia, attenta e dolcissima. Imparerà velocemente.
Quando la incontrerò di nuovo avrà letto i suoi primi libri e sarà ancora più felice.
Avremo molto da raccontarci.

Simona Caroti
Settore Comunicazione

Qualcosa di importante
Anjali è un nome di fantasia e nella foto non è ritratta. Raccontiamo la sua storia per far capire come un sostegno a distanza, un progetto e la collaborazione con una buona referente (come Sharmistha in questo caso) possano cambiare la vita di un bambino. Per aprire un sostegno nello slum: www.bhalobasa.it/sostegno-a-distanza, nella causale la dicitura da riportare è “Nuovo sostegno India-slum”.
Per informazioni: sponsorship@bhalobasa.it.

2 pensieri su “La storia di Anjali, dallo slum a scuola!

  1. Un dono essere stata lì. Un dono ancora più grande la possibilità di un sostegno a distanza per i bambini e le bambine dello slum!

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