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Viaggio in Congo, 27 Dicembre 2010 - 10 Gennaio2011-03-01 |
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Viaggio in Uganda, 31 Luglio - 15 Agosto 2010 |
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Viaggio in Ecuador, Agosto 2010 |
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Viaggio Uganda e Tanzania, 27 Dicembre2009 - 10 Gennaio 2010 |
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Repubblica Democratica del Congo, 12 - 21 Novembre 2009 |
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Dieci impressioni di viaggio in Uganda, 26 Luglio - 11 Agosto 2009 |
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Calcutta, 17 - 29 Agosto 2009 |
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Viaggio in India, 5 - 13 Novembre 2008 |
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Ecuador: L’ultima Frontiera, 25 Settembre – 8 Ottobre 2006 |
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Il primo viaggio in Burkina, 10 - 20 Aprile 2006 |
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| Viaggio in Congo, 27 Dicembre 2010 - 10 Gennaio2011-03-01 |
Dedicato a Mogisho Charles Profilo d’Africa ligneo, scuro, netto, si staglia sulla bianca parete della mia camera. Buio perfetto, silenzio. Il mio comodo letto mi accoglie. Condizioni ideali per un sonno profondo, invece mi giro e rigiro. Apro gli occhi prima della sveglia e mi sento già stanca. Riposavo decisamente meglio con la luce che filtrava da ogni parte, su di un materasso affossato, rumori, canti, versi di uccelli ad ogni ora; e qualche formica che si muoveva ad un palmo dal mio naso accanto al cuscino. In Congo sì che dormivo bene! Apro gli occhi. Nel buio intravedo quel profilo che porta con se tutta la carica di questo viaggio appena concluso. La forza di ciò che ho vissuto, stavolta, di questo incredibile continente. Tante sono le immagini che tornano alla mente, o forse riemergono dal cuore. Come vorrei che un fotografo dall’alto le avesse immortalate. Katana non è vicina al centro abitato, per alcuni giorni la nostra vita si è svolta in questo luogo “africano” come non mai. Il tempo scorre, acquistando tutta la sua importanza. Qui non si corre, qui non si “ruba” il tempo ad un’attività o all’altra, non si tralascia un saluto ad un passante per sbrigarsi, né si fugge smorzando le conversazioni non indispensabili. E’ importante incontrarsi, darsi la mano, guardarsi negli occhi. Ci si ferma, si chiede della famiglia dei propri cari e se ci sono notizie dal luogo da cui si proviene. Così si diffondono le notizie da una parte all’altra del paese. Ed è così che appena arrivate abbiamo saputo, condividendo un pranzo con altre persone fino ad allora sconosciute fra loro, che in Costa D’Avorio la situazione politica è molto difficile. Il momento è delicato il presidente uscente non riconosce i risultati dell’ultima elezione e, di conseguenza, il nuovo eletto, rifiutandosi di lasciare il potere. La guerra civile è alle porte. E queste donne discutono sul modo di rientrare nel paese prima possibile, perché presto le autorità potrebbero impedirlo. Conoscono bene il rischio ma i parenti, gli amici, e la loro terra è là, dunque anche il loro posto. Che differenza con gli argomenti affrontati durante i pasti italiani, penso. Camminando per le grandi vie del villaggio immerse in una vegetazione rigogliosa, avvertiamo tutta la purezza di questo stile di vita. A momenti invidiando coloro che vi abitano, ci crogioliamo nella bellezza di questo popolo che non ha perso l’importanza del rapporto umano e con la natura. Ma ben presto queste considerazioni oniriche devono lasciar spazio alla parte più dura di questa realtà. Alla scuola Mwanda Fille ci aspettano tutte le alunne in abiti “da cerimonia”, coloratissimi pagne (le stoffe tipiche delle donne africane), legati sulla spalla sinistra. Sotto il sole cocente ballano senza stancarsi, con il sorriso sulle labbra e la gioia che traspare da ogni movimento. Hanno preparato anche delle poesie che recitano con grande enfasi. L’argomento più ricorrente, che siano delle classi più avanzate o delle più piccole, ci stupisce molto. “Pace, perché non torni? Dove sei scappata? Ti cerchiamo da ogni parte senza trovarti. Il nostro paese ha bisogno di te, l’intera Africa ha bisogno di te, tutti noi.”Guerra hai rubato i nostri padri, fratelli, cugini, amici. Le madri di alcuni di noi le hai portate via, insieme alle zie, alle nonne. Ci rubi il futuro.” E non sono belle poesie di autori contemporanei. Parole semplici e cariche d’emozione, sono le esperienze degli abitanti di questa zona del mondo dove la guerra purtroppo è all’ordine del giorno. Ne avvertiamo la presenza, la vicinanza. Con i canti, che sembrano preghiere, sentiamo l’attualità di questo argomento, fino alle lacrime. In effetti ripenso alle strade di Bukavo e Goma che abbiamo attraversato a bordo della Jeep vedendo fuori dal finestrino qualcosa di così insolito se visto senza il filtro di uno schermo televisivo: ad ogni angolo guardie armate; per le strade numerosi mezzi UN colmi di uomini in mimetica e caschi azzurri, dai lineamenti arabi. E’ l’ombra della guerra. L’orfanotrofio di Katana ospita 56 bambini dolcissimi, intelligenti e affettuosi. Alcuni dei genitori sono stati uccisi dai ribelli, altri scomparsi, altri ancora ricoverati perché “malati di follia”. E c’è anche chi ha rinunciato al proprio figlio perché incapace di mantenerlo e crescerlo. Giorno dopo giorno cominciamo a conoscerli per nome, sappiamo le peculiarità di ognuno, il loro carattere. Petit Paris è vivace ma anche molto generoso, Dieudonné, invece che essere irruento, si conquista piano piano il suo posto accanto a me, con discrezione; Citò e Cikù, le piccole gemelle, si muovono sempre in sincrono anche se la più alta dimostra una certa autonomia mentre la più minuta si lascia andare spesso ad un pianto disperato! Furà è così piccina che cammina a malapena, è un po’ perplessa all’inizio davanti a questi due strani esseri, ma quando riesco a conquistare la sua fiducia diventa come un’ombra silenziosa e delicata. E poi ci sono Amisi, Espè, Bambina, Pru e Sylvine, pieni di energia, con le voci squillanti e dal carattere tutto pepe! Ognuno di loro si conquista un posto oltre che accanto a noi - perché ricordiamoci che riuscire a tener per mano il mzungu è sempre considerato un grande privilegio! - anche nei nostri cuori. Tra i vari impegni, non lasciamo passar giorno senza conquistare il modo per goderci un po’ di tempo con loro. [Per scaricare e leggere il bellissimo resoconto completo di Elisabetta Macumelli cliccare qui] |
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