2° giorno
In questo paese ogni giorno e ogni minuto è tutta una novità, una sorpresa, un’emozione o una riflessione, ma oggi è stata davvero dura vedere dove vivono i ragazzi che frequentano le scuole dell’associazione Bhalobasa. Forse è per questo che non riesco a concludere il mio racconto e ho bisogno di riprenderlo il giorno successivo. Quando giovedì ho incontrato gli studenti della scuola di Khusighar e oggi quelli di Akra mi sembravano bambini simili a tanti altri che ho conosciuto. La stessa voglia delle ragazze di esibirsi in danze e sfoggiare gli abiti migliori, lo stesso desiderio di dimostrare il proprio valore, la stessa energia, la stessa voglia di dolcetti, gli stessi sogni (molti vogliono fare l’insegnante o il poliziotto), gli stessi giochi (il preferito sembra quello di saltare fino a toccare la mia mano sopra la loro testa), le stesse parole (quasi mi commuovo quando realizzo che il vocabolo “nome” è lo stesso in italiano, inglese, indi e bengoli), e soprattutto lo stesso bisogno di essere amati per quello che sono. Ma questi ragazzi non sono affatto uguali a tutti gli altri che ho conosciuto, perché abitano lungo i binari del treno o in aree difficilmente accessibili, in “case” di lamiera o di mattoni e vegetali. Questi ragazzi dormono in tre o quattro su una tavola di legno oppure su stuoie adagiate a terra. Quando piove le loro case non sono un riparo, al contrario, possono allargarsi fino alla metà della loro altezza. Questi ragazzi hanno bisogno che un dentista venga appositamente inviato al loro villaggio per curarli. Questi ragazzi lavorano insieme a genitori che di rado li spingono a frequentare la scuola e ad aspirare a un futuro dignitoso. Questi ragazzi sono felici se regali loro un po’ di frutta fresca e della cancelleria. A noi sembra impossibile poter vivere così, rinunciando a bisogni apparentemente indispensabili, e toccare con mano questa realtà mi induce a sostare frettolosamente in questi luoghi che mi mettono profondo disagio: all’inizio credo che sia il timore di invadere la loro privacy, ma poi capisco che è soprattutto senso di colpa, per ciò che ho io e ciò che manca a loro. Al tempo stesso c’è anche tantissima ammirazione per la forza che questi ragazzi dimostrano, la capacità di mantenere il sorriso e vivi i sogni. Forse riescono a farlo, proprio perché non hanno niente. Sento quindi che è giusto dare loro almeno l’opportunità di istruirsi e scegliere consapevolmente la vita che desiderano: non necessariamente il modello che proponiamo noi, ma sicuramente un’esistenza che tuteli la loro dignità e i diritti fondamentali.
3° giorno
Questo primo weekend non si chiude con un sorriso, ma con un pianto, spero liberatorio, per le forse troppe emozioni vissute in questi giorni. Ieri e oggi ho visto le due facce di Calcutta: quella di chi non ha nulla e quella di chi gira in Mercedes. Quella di chi come me ha paura di prendersi un virus intestinale o di viaggiare da sola e quella di chi vive lungo i binari del treno, forse non mangerà niente e tutti i giorni rischia la salute, o peggio ancora la vita. E ho capito meglio da quanti inutili paure e desideri ci facciamo travolgere. Sul Cammino di Santiago lo avevo intuito, ma qui lo tocco con mano e lo sento con il cuore. Oggi è domenica e decido di capire qualcosa di più sull’induismo e la cultura indiana. Do appuntamento al tempio della dea Kali a una ragazza tunisina conosciuta sull’aereo e mi metto pazientemente in attesa, dopo aver rifiutato diverse proposte per evitare la lunga fila che moltissimi devoti scalzi fanno sin dalle prime ore dell’alba. Nel frattempo mi informo meglio su Kali e sono molto contenta che il primo tempio induista nel quale metterò piede sia dedicato a una donna: una divinità che rappresenta la potenza del femminile, nel bene e nel male, la distruzione e la creatività, la morte e la rinascita. Decido anche di comprare un fiore per fare un’offerta (puja) a questa dea così importante. La ragazza tunisina mi saluta da una Mercedes e poco dopo arriva insieme a un amico che ha conosciuto su Internet: immagino sia la nuova frontiera del viaggiare, ma mi intristisce un po’ pensare che una donna abbia bisogno di appoggiarsi a un uomo ricco per conoscere un nuovo paese. Ad ogni modo lui è gentilissimo e fa di tutto per farci saltare la fila, ma né i soldi né la conoscenza della lingua e della cultura locale riescono a rompere il muro di pellegrini che si accalcano per fare offerte alla dea Kali. La ragazza decide che ormai aspettiamo da troppo tempo e il suo amico ci porta quindi a vedere il volto migliore di Calcutta: il ponte all’avanguardia, i giardini in cui passeggiano gli innamorati, la riva del Gange, le strade dello shopping e il quartiere degli edifici governativi. Ci fa provare le prelibatezze della cucina indiana in una pasticceria chic, ma anche il cibo di strada più amato dagli indiani, che scatena in me un’infinità di preoccupazioni. Chiudiamo il giro in un albergo di lusso con guardie all’ingresso dove lei ordina il pranzo e lui si fa la doccia prima di andare a lavorare. Con lei parlo di religione, di come i giovani sempre di più ne siano lontani, ma di quanto al tempo stesso l’essere umano abbia da sempre bisogno di spiritualità e sempre più la ricerchi al giorno d’oggi nelle filosofie orientali. Parliamo anche di yoga, meditazione, psicologia e di quanto le religioni abbiano molte somiglianze tra loro, per esempio l’aiuto del prossimo, un principio che probabilmente non è così connaturato agli esseri umani, se tutte le religioni hanno avuto bisogno di ribadirlo.


5° giorno
Il piccolo villaggio nei pressi di Howrah che visitiamo oggi, come quello di sabato scorso, si raggiunge con maggiore difficoltà durante la stagione delle piogge. L’acqua allaga alcune strade e le rende talvolta impraticabili per il fango e le buche enormi che si creano. A volte recarsi in alcuni villaggi è una sfida anche per i temerari e abilissimi autisti locali, che danzando nel traffico fanno a gara a chi alza di più la voce con il clacson. Anche ospitare trenta o quaranta studenti di età diverse in un locale molto angusto è un’ardua impresa e mi immagino quanto sia difficile per le insegnanti lavorare nella stagione dei monsoni: lo ribadisce più volte anche la nostra guida locale, che infatti ci tiene a mostrarmi una nuova scuola che stanno costruendo in un altro villaggio. Alcuni giorni i bambini arrivano a lezione bagnati fradici, ma non sembrano scomporsi affatto per questo: del resto la guida mi racconta che spesso hanno padri alcolizzati, talvolta violenti con le madri e con i figli, perciò la resilienza è divenuta il loro principale punto di forza. Negli ultimi anni ho conosciuto diversi bambini e ragazzi cresciuti in situazioni di estrema difficoltà e sempre mi sorprendo per l’incredibile forza che dimostrano: perciò mi chiedo spesso se l’iperprotezione degli adulti che osservo nella mia quotidianità e la tendenza a voler togliere ogni ostacolo ai giovani non finisca per minare nel profondo il loro senso di autoefficacia. Dopo la conoscenza reciproca con gli studenti, loro vanno a scuola e io ritorno ad Howrah a visitare il poliambulatorio medico. È molto affollato, soprattutto da donne e bambini, e ho la sensazione che per la popolazione locale sia un punto di riferimento indispensabile. Cerchiamo di non rubare tempo prezioso ai due medici che gentilissimi ci accolgono nei loro piccoli ma ben organizzati studi, continuando a prendersi cura dei loro pazienti. La giornata si chiude con la conoscenza di Sharmista, una giovane indiana con un master in sviluppo rurale che segue con passione i progetti dell’associazione Bhalobasa. È una miniera di informazioni che mi aiutano a capire molto meglio le realtà che ho conosciuto. Per esempio adesso mi è chiaro che le baraccopoli si sviluppano lungo i binari del treno perché si tratta di un’area che appartiene a Delhi e non a Calcutta: pertanto qui difficilmente la polizia arriva a sgombrare, anche se il giorno in cui sono stata lì la tensione era forte proprio a causa della sua presenza. Sharmista mi spiega anche come l’aumento della popolazione e i cambiamenti climatici abbiano indotto a trasferirsi in città una buona parte dei contadini che vivevano in campagna, lasciando spesso le donne sole nei villaggi. A loro in particolare sono dedicati altri progetti, che mirano a renderle autonome e libere di potersi allontanare da un marito alcolizzato e violento, nonostante il pesante stigma sociale che colpisce le divorziate, soprattutto nelle campagne. Torno alla guesthouse di Seva Kendra, dove ormai mi sento a casa, e come tutte le sere padre Antony e i suoi giovani collaboratori mi aiutano a capire sempre meglio le tante facce di questo paese che non conosce mezze misure.






