di Noemi Galdieri
Le case di terra, come le vedevo disegnate sul sussidiario a 6 anni, quando scoprivo le popolazioni ‘primitive’.
Non capisco se siano loro a essere rimasti indietro o se siamo noi ad essere andati troppo avanti nella direzione sbagliata, ma non mi interessa avere un’opinione a riguardo. Non credo ci sia un giusto e uno sbagliato.
Mi sento libera di avere sensazioni contrastanti senza doverle per forza spiegare. Senza giudicare.
Perché l’Uganda è un grande, gigante, sconvolgente contrasto.
Quello che vorrei raccontare è piuttosto quanto, indipendentemente dal luogo, l’essere umano sia umano ovunque.
Non importa se la casa ha 4 piani e i doppi vetri, o se le finestre non le ha proprio.
L’essere umano vive e si alimenta di emozioni e sentimenti, di abbracci. Quelli sono uguali in tutto il mondo, l’importante è darli col cuore, senza risparmiarsi mai.
Torno a casa anche questa volta con la sensazione che più le nostre vite si riempiono di lussi e comodità, più si perde il contatto con la comunità, con quel senso di umanità e solidarietà che sembra rimasto solo a chi non ha molto altro.
Ho visto condividere il nulla pur di avere tutti almeno un briciolo. Questo è ciò che cerco di imparare da questa gente.
E sarei ipocrita a dire che è il posto più bello del mondo popolato solo da persone stupende. Non è così, è una terra a tratti emotivamente arida, fisicamente pericolosa, dove non si sa bene quali leggi controllino il comportamento umano.
Ma posso dire con certezza che, come ovunque nel mondo, anche lì ci sono persone meravigliose: che si impegnano nel fare il più possibile col poco che hanno; che si battono ogni giorno per aiutare i più poveri tra i poveri; per dare un’istruzione ai bimbi di strada; che non lasciano indietro nessuno; che sanno bene che nel villaggio sono tutti una sola comunità.
Questo è quello che cerco di imparare e che vorrei diffondere: l’importanza della comunità.









