SON QUASI DUE MESI CHE SONO RIENTRATO DALL’INDIA
Son quasi due mesi che sono rientrato dall’India e l’immagine dei due occhi neri di un bimbo che mi guarda non mi abbandona ancora. Come stampata nella memoria, l’immagine ritorna ogni poco alla mente e risveglia il ricordo di quello sguardo.
Tutto è iniziato quando ci è stato proposto: “Andiamo insieme in India, a Natale?”.
Dopo la prima esperienza in Uganda, dopo l’avventura in Ecuador, l’idea di rinchiudere il pianeta con un viaggio targato Bhalobasa anche in Asia mi piaceva. Detto fatto, io e mia moglie ci siamo iscritti. Superate le comode 24 ore di viaggio, dedicate alla conoscenza degli altri compagni, ci siamo trovati a Kolkata (un tempo Calcutta).
Le immagini, finché rimangono negli occhi sono leggere, quando cadono nel cuore si fanno pesanti, a volte difficili da sostenere. Qui provo a descrivere alcune immagini che sono ancora oggi con me, per non frigere frictum, dopo vent’anni di storia del Bhalobasa a fianco del Bengala.
Andiamo di prima mattina a Prem Dan; la casa dei moribondi, malati o abbandonati, voluta da Madre Teresa ed ora portata avanti da suore e volontari. Il nostro compito è lavare i panni. L’organizzazione è tipicamente indiana: da un bidone di plastica vengono gettati sul pavimento , evidentemente sono stati lavati e disinfettati sul fuoco. Mi viene detto di fare quello che fanno gli altri, io seguo ma… cosa fanno gli altri? Non vedo una logica: chi prima inserisce i panni nelle vasche insaponate e li strizza, chi li strizza e li porta in un’altra vasca, chi li insapona e poi li mette nella vasca, chi prima sciacqua e poi insapona, chi insapona, poi sciacqua e poi insapona, chi sciacqua e porta in un’altra vasca, chi prende una tinozza… alla fine i panni spariscono: sono evidentemente puliti, a mia insaputa. Con l’acqua saponata di risulta laviamo il pavimento delle aree all’aperto, con grandi scrosci d’acqua saponata sulla quale stento a rimanere in piedi. Intanto dalle finestre vedo i cameroni con i letti appena rifatti, pochi sono occupati, gli altri ospiti del centro sono fuori appoggiati ad un muretto o seduti. Ci guardano e sorridono. Forse la lavanderia non è granché, ma le persone sono gentili e sorridono. Eppure manifestano anche i segni della malattia, fisica o mentale, Ci rincamminiamo verso i nostri alloggi.
All’alba ci aspetta il solito spettacolo di Kolkata: il traffico. Il traffico qui è la quintessenza del traffico. La regola è che non ci sono regole, il codice della strada è un inutile spargimento d’inchiostro…
Tutti corrono, inchiodano, ripartono, con qualsiasi mezzo; auto, bus, cicli e moto, tram e carri, tutti stracarichi. I “lothi”, specie di motocarri a tre ruote adibiti al trasporto passeggeri, si infilano in spazi dove la fisica dovrebbe impedirglielo. Le strade sono sommerse di mezzi con i loro carichi sia umani che di merci, non c’è un metro libero, attraversare la strada è impresa temeraria. E tutti, tutti, suonano incessantemente ogni strumento che i veicoli offrono: clacson, trombe e trombette, campane e campanelli, corni e sirene, con autoradio sempre accese a tutto volume in un frastuono senza fine che ci sveglia e che ci porta la sera verso il sonno.
Teneramente, su un lato della via, una dozzina di persone si è messa in coda, vicino alla fermata del bus urbano, con cartelle da lavoro sotto braccio, bambini per mano, fagotti e, con una pazienza ed un ordine inaspettato, aspettano il loro turno.
Andati a Borpul, nella chiesa locale partecipiamo alla messa; tutta recitata in Santali (la lingua dell’omonima etnia del luogo); canti ritmati e lunghe preghiere accompagnano lo scricchiolio delle mie ginocchia sul tappeto steso sul pavimento della chiesa: no, non ci sono panche e cerco di sembrare ancora agile. La messa è uno spettacolo di riti e musiche diverse e curiose. Solo all’offertorio la scena diventa inaspettatamente cruda. Tutti in fila i fedeli portano le offerte: sono soprattutto beni materiali, chi porta denaro lo estrae fuori dalla vista degli altri, prendendolo dalla manica all’ultimo momento e lo pone nella cesta di fronte all’altare. Altri portano bottiglie d’acqua, altri frutta o verdura (siamo in zona agricola); una signora porta un piatto di riso crudo con una fogliolina verde sopra; il sacerdote prende la foglia e la pone nella cesta con le altre offerte e mette il riso in un sacco. Sono le offerte povere di persone che hanno poco e saranno usate per chi, nella parrocchia, ha ancora meno.
A Kolkata il marciapiede non serve solo per il passaggio di pedoni frettolosi. Il marciapiede è una città. Intanto il marciapiede inizia quasi un metro e mezzo prima del gradino che lo delimita. In questo spazio, rubato al traffico veicolare, si svolgono alcune attività essenziali: innanzitutto è uno spazio dove si può camminare più agevolmente che sul marciapiede stesso, a patto di avere il coraggio di sfidare il traffico. Qui i bimbi giocano. Gli adulti si lavano alle fontane pubbliche o, in alternativa, allo zampillare di un tubo rotto. La mattina presto in queste sorgenti urbane gli indiani si lavano ogni parte del corpo con cura, anche i denti, presumo, visto che a terra vi sono sempre due o tre spazzolini. Sopra il marciapiede c’è chi vi abita, con coperte e stuoie per dormire, una pentola per cucinare sopra un fuoco. Moglie, marito e figli stanno lì, giorno e notte. Un po’ più in là vi sono i mercati: stesa la stuoia sono esposte le merci, per lo più poche cose che vengono dalla campagna. Ma anche operai che aspettano di essere chiamati per un lavoro e mostrano per farsi notare i ferri del loro mestiere: un paiolo con martello e cazzuola, se muratori, sega e tenaglie se falegnami, pennello e raschietto se imbianchini. Alcuni vendono i moduli per le domande di assunzione; ci sono immancabili i lustrascarpe; banchetti fumosi mostrano leccornie coloratissime o frittura di alimenti di origine imprecisata. Il tè viene servito da tanti chioschetti in tazzine di terracotta monouso. Fra l’umanità stanno molti cani, per lo più dormienti, vinti dal caldo, dallo smog e dalla fame. Sovrano regna il sudicio: strati su strati di rifiuti si accumulano in un gradiente di decomposizione progressiva. Dal muro che costeggia il marciapiede escono le mercanzie esposte fuori per attirare clienti, contendendo lo spazio agli altri. Molta di questa gente sul marciapiede ci passerà la vita, senza altro orizzonte.
I ragazzi della parrocchia, radunati in gruppi dal parroco, il nostro amico Padre Orson Wells, per Natale hanno organizzato una festa per i bambini che vivono sul marciapiede. Un dolce, una bibita, un regalo, festa insieme. Ma per invitarli li hanno chiamati “bus stop kids”, con un termine neutro, per non etichettarli. Ed è proprio alla pensilina del bus che vivono, insieme a fratelli e genitori, in attesa di elemosinare qualcosa ai passanti.
Padre Orson ha un sogno: scuola per tutti senza pagare niente per tasse e rette.
Durante la notte il tram che sferraglia ci ricorda che la stazione è proprio sotto le nostre finestre, la notte è fresca, ma lo smog si respira ancora; lo smog a Kolkata è perennemente presente.
Miracolo a Crematorium Road. Le cupole dei palazzi vittoriani della Kolkata monumentale racchiudono il General Post Office ed il vicino museo postale dove costringo parte del gruppo ad accompagnarmi. La grandiosità dell’architettura coloniale, con la pletora di citazioni neoclassiche, rimanda immediatamente al concetto di Impero. Tutto intorno a questi palazzi, si stende la città con circa tredici milioni di abitanti. La sera, Barry ci accompagna a casa sua. Lasciamo la via principale, per una secondaria e da qui in una strada laterale; percorriamo un tratto fra le mura del cimitero cristiano. Barry ci guida e ci fermiamo davanti al monumento a Madre Teresa che lui ha ideato e voluto. Nel centenario dalla nascita, desiderava renderle omaggio, con un monumento dentro al suo rione. L’illuminazione della statua rischiara un angolo di strada dove le persone parlano ed i bimbi giocano. Casa di Barry, poco distante, è piccola, come tutte le altre qui, e non ha gli agi a cui siamo abituati, ma da un cassetto emerge un documento che è strabiliante.
Di fronte ai politici di turno che non ne volevano sapere, Barry si è fatto promotore di una petizione che tutti, nel suo quartiere, hanno sottoscritto, senza distinzioni di religione né di appartenenza politica. Il documento è la fotocopia della petizione con le firme. A seguito di questo atto di perseveranza e di tenacia, anche il politico più ottuso si è inchinato ed il monumento è stato eretto. Tutti i vicini hanno poi contribuito con i materiali da costruzione e con la manodopera necessaria, finché, come testimoniato dalle foto che ci mostrano, vi è stata l’inaugurazione. Questo è il miracolo di Barry, uno che ha acceso una luce nel suo quartiere.
Il lebbrosario di Tithagarh si trova oltre la ferrovia. Per capire il clima che si respira, leggete “Macchiata di Neve” scritto da Silvia.
I telai infilati nello stanzone stretto e lungo si perdono alla vista. In ogni telaio la trama è fatta da mille fili, tenuti pettinati da mille aghi che li alzano ed abbassano. Il rumore dei telai è uno sferragliare molto più assordante del passaggio dei rari treni sulle verghe di là dal muro. Ai telai stanno 100 donne, nello stanzone seguente altri 100 uomini che sbattono il telaio per serrare l’ordito mentre fanno scivolare da destra a sinistra e poi da sinistra a destra il filo attaccato alla navetta. Tutti i tessitori sono ospiti del centro e si danno da fare per quanto possono per la collettività. Quadrati, righe,colori e disegni si formano sul tessuto finito. Metri e metri di stoffa si avvolgono ai piedi di ogni telaio. In posizione quasi centrale una postazione di lavoro è dedicata alla produzione delle bende che saranno utilizzate per fasciare le ferite. Su queste garze, ora bianche, si poseranno nugoli di mosche e gli sguardi dei nostri occhi prossimi al pianto mentre passiamo velocemente fra le corsie del lebbrosario. Salutiamo, un po’ a disagio perché ci sentiamo fuori posto, ma loro, i lebbrosi, ci sorridono e sembrano più felici.
A Barasat c’è un ospizio. Le suore, sempre efficienti, lo tengono pulito. Ad aspettarci vi sono una decina di anziani lì ricoverati. Anche qui, come dappertutto, ci aspettano e ci salutano. Anche qui, immancabile, la colazione offerta dalle suore. Mentre mangiamo mi accorgo che manca mia moglie. Risaliamo sul fuoristrada per rientrare e noto che è triste e mi fa: “Vorrei rimanere qui”.
“Perché?”, le chiedo. Mi risponde: “Mi ha fermato una di loro, ha detto di chiamarsi Jenny, come mia nonna. Mi ha ringraziato e poi ha aggiunto: – Don’t forget me! – , non dimenticarmi.”. Vedo che trattiene le lacrime. Rientriamo in sede, comodamente stretti stretti in otto su un veicolo da 5 posti.
Capire le lingue a Bamandanga non è stata impresa facile. Nessuno dei nostri ospiti conosce bene l’inglese e nessuno di noi conosce né l’hindi né il bengali. Capiamo poco, ma vediamo. E notiamo che l’ambulatorio ed i servizi igienici connessi sono sudici, poco gestiti. Apparentemente anche poco frequentati. Il medico decanta le proprietà terapeutiche e diagnostiche di due apparecchi made in china di cui vorrebbe vederne finanziato l’acquisto. Le prove tecniche si svolgono in sala da pranzo del parroco, dove il sudicio è lo stesso dell’ambulatorio. Poi il parroco ci mostra orgoglioso gli animali che alleva, maiali, capre: “Sono per gli scolari!” afferma, ma noi non vediamo alunni, che potrebbero essere in vacanza, ma nemmeno bambini sugli scivoli e le altalene. Eppure, almeno da noi, in vacanza molti ragazzi vanno all’oratorio. Un ex allievo di Padre Orson ci vuole accompagnare. Ora è insegnante, ma ritiene che la situazione sia cambiata con il cambio di parroco. L’associazione Bhalobasa dovrà decidere come intervenire per provare a mutare le cose. Intanto cerchiamo di finire il caffè offertoci, preso da tazzine bianche con un rigo nero, che il tempo ha accumulato sul manico.
Cobraciok è un villaggio. Nella calma del silenzio, camminando lungo uno dei tanti canali del Sunderbans, ci avviciniamo all’ostello. Nella scuola le bimbe hanno organizzato, così come in tutte le altre che abbiamo visitato, uno spettacolo per intrattenerci e darci il benvenuto. Divise in gruppi per interventi di canto, ballo, mimo attendono che parta la musica. Ma la tecnologia non le assiste. Benché le ragazze più grandi armeggino da tempo intorno all’amplificatore, la musica non ne vuol sapere di uscire dagli altoparlanti. Noi attendiamo. Dopo circa mezz’ora la decisione di farne a meno e, accompagnate solo dal canto incominciano a ballare ed il loro ballo, come sempre, ci commuove. Vengono dai villaggi vicini, spesso sono qui perché a casa non avrebbero da sfamarle, o perché orfane o semplicemente povere. Ballando e cantando, ci fanno sentire che non hanno intenzione di prostrarsi a questo destino.
Cerco di non pensarci ma la sensazione di essere inutile è forte; altri meglio di me sanno prendere decisioni, altri riescono a creare legami forti con persone, altri riescono a capire come muoversi, per essere d’aiuto o, perlomeno, non fare danno. La difficoltà spesso è legata a capire le situazioni. I bambini che per strada ti chiedono soldi, che la madre tiene sul marciapiede giorno e notte, il padre con una mano sola, ci vengono svelati da Padre Orson come professionisti dell’accattonaggio, domiciliati in un appartamento signorile dove la famiglia lascia i genitori anziani, e a cui fanno ritorno dopo avere raggranellato uno stipendio. Questo è il lavoro che fanno dopo che il capo famiglia ha perso una mano preparando una bomba… Invece il ragazzo che arriva all’oratorio sempre con la camicia stirata, pulito e ordinato, vive in una casa di quattro per quattro metri e la notte, non avendo spazio nell’unica stanza da condividere con genitori, sorella, cognato e nipote, dorme rannicchiato sul cofano di un’auto per sentire il tepore del motore. Un suo amico, è il ragazzo “pacco”, come descritto dal parroco, perché non ha una famiglia stabile ed i parenti se lo spediscono per non avere una bocca da sfamare in più tra i piedi. Che posso fare in una situazione simile? Faccio bene a sentirmi inutile? Basta la mia presenza di due settimane a dare una speranza o è troppo poco?
Al ritorno dal secondo giro a Prem Dan, dove abbiamo rilavato i panni con la stessa caotica procedura già sperimentata, dalle capanne costruite sulla scarpata lì sotto, lungo la condotta dell’acqua potabile, escono dei bambini ed iniziano a chiedere denaro, mettendo le mani nelle tasche e nei vestiti: questo mi infastidisce, comprendo che sono stati inviati a chiedere dai genitori, ma a pelle mi infastidisce. Mi giro, li guardo e vedo il loro volto. Un bimbo mi fissa ed io vedo i suoi occhi, neri e attenti che mi scrutano, e in un attimo capisco che stanno a dirmi che non vogliono e non pretendono, non esigono e non implorano, semplicemente mi ricordano che esistono e l’esistere è l’unica colpa che hanno; da quel momento i suoi occhi non mi lasciano più…

Davide Tosi

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