Vado in India!
– Cosa?
– Vado in India. Parto a gennaio con Bhalobasa…
Di solito a questo punto le reazioni sono 2…
– Ma sei matta??? Ma ti sei informata??
O
– Troppo bello!quando torni mi devi raccontare tutto… in realtà puoi leggere tutto sull’India. Ti puoi informare. Vedere film. Farti fare mille paranoie da tutti quelli che ti conoscono. Ma riuscirà a stupirti lo stesso. Forse a sconvolgerti. Sicuramente a farti pensare a quello che viviamo quotidianamente e a rimanerti appiccicata addosso. Come i suoi odori. Come i suoi sapori. Come lo smog che a Calcutta circonda tutto. Quasi tutto…ciò che non riesce a imprigionare è lo sguardo della gente. I sorrisi dei bambini. Il calore dei villaggi..
Ed è proprio in queste circostanze che scopri le potenzialità dell’India e quanto sia fondamentale dare a quegli occhi svegli di bambini la possibilità di studiare. Imparare. Crescere e sognare di essere magari ingegnere o dottore o perché no una maestra…
Dei 5 sensi messi alla prova. Duramente. In India l’unico che possiamo condividere con chi rimane a casa è sicuramente la vista…regalare un po’ di quei colori. Sorrisi. Incontri che abbiamo vissuto.
Per qualcuno rappresentano ben un mese di esperienza indiana. Alle prese con la verifica del complesso sistema di sostegni e progetti presenti lì. Per altri rappresentano il primo approccio con questa realtà piena di complessità. Ma sicuramente affascinante.

Giulia Virgili

Questo viaggio ha rappresentato per Bhalobasa una prima esperienza: un viaggio decisamente più “vacanziero” rispetto agli altri organizzati dall’Associazione, ma comunque con caratteristiche diverse rispetto ai consueti viaggi turistici.
Oltre a visitare luoghi di interesse storico, culturale e ambientale, il viaggio ha infatti permesso di incontrare le comunità indigene e di conoscere i progetti di sviluppo sostenibile.
Certo rimarrà indelebile il ricordo degli splenditi paesaggi andini, della foresta amazzonica, dei colorati mercati, dei pittoreschi villaggi, delle maestose cascate, delle vette dei vulcani innevati, ma ancor più forte resterà, incancellabile nel tempo, l’emozione degli incontri, degli sguardi, degli abbracci e dei sorrisi degli uomini, delle donne e, soprattutto, dei bambini ecuadoriani.
Gli abitanti dei villaggi che hanno accolto il nostro gruppo ci hanno permesso di “assaggiare” un poco di vita autentica concedendoci il privilegio di conoscere da vicino ed in modo diretto la loro esistenza che si nutre di una diversa visione del cosmo dove ogni elemento, dalla più piccola pianta al più grande animale, ha un valore ed un’importanza essenziale per la sopravvivenza di ciascuno e della comunità.
Le popolazioni indigene, così diverse fra loro come diverso è l’habitat nel quale vivono, ci hanno permesso di avvicinarci ad un mondo intriso di naturalità dove il contatto con la terra è essenziale, dove le tradizioni culturali sono fortemente sentite e radicate, dove la partecipazione alla vita comunitaria e la preservazione dell’ambiente sono essenziali per la sopravvivenza di ciascuno.
L’intensità delle spiegazioni sulla loro organizzazione produttiva (sia in ambito agricolo, pastorale, artigianale, che più strettamente aziendale), sulla loro organizzazione sociale e sulla ricchezza dell’ambiente in cui vivono, testimonia l’esigenza di rappresentare ai nostri occhi la loro identità culturale troppo spesso negata nel tentativo occidentale di omologazione e sfruttamento.
Questo viaggio è quindi per i visitatori un dono, un’opportunità di conoscenza unica che permette di avvicinare in modo autentico le diversità culturali e ambientali che rappresentano la più grande ricchezza del pianeta.
Lo sviluppo del turismo comunitario è però anche molto importante per le popolazioni indigene rappresentando per loro una autentica possibilità di sviluppo sostenibile. Il turismo comunitario, nella salvaguardia dell’ambiente e nel rispetto della multiculturalità, crea lavoro per le generazioni attuali e per quelle future, migliora la vita delle famiglie, offre ai giovani un futuro dentro la comunità evitando l’emigrazione verso le città o all’estero. Il turismo comunitario permette di accrescere la ricchezza della comunità che potrà così investire nel migliorare la vita di ciascuno attraverso la costruzione di scuole, case migliori, centri di assistenza sanitaria ed altro.
Si tratta quindi di uno scambio altamente vantaggioso per ciascun soggetto e rappresenta un modello da perseguire ed incentivare.
Potranno mai veramente migliorare le condizioni di vita delle popolazioni ecuadoriane?
Sono d’accordo con Davide Tosi che nel suo resoconto del viaggio in Uganda 2009 scrive che “la consapevolezza globale non deve fermare le azioni locali”.
E’ quindi sulla scia di questa convinzione che il viaggio in Ecuador rappresenta davvero una sfida ed un sostegno a coloro che, pur appartenendo ai “poveri” del mondo, un progetto ce l’hanno, ed hanno un sogno che gli occhi di quei bambini, inizialmente timidi e un po’ scontrosi, ma vivaci e allegri dopo aver superato il primo imbarazzo, raccontano più di qualsiasi altra parola.

Rossella Iorio

Il sole, il caldo, l’afa.
L’aria irrespirabile d’agosto.
L’umidità che appiccica i vestiti sulla pelle.
Le zanzare che ti assalgono.
Una scarica diarroica che ti sveglia durante la pennichella pomeridiana.
Gente che ti chiede i soldi, al semaforo, in ospedale.
Questa è Pisa al rientro.
Dove sono ora il fresco Ugandese? La brezza del lago Victoria? Le mani tese dei bimbi per salutarti? L’allegria contagiosa degli scout?

La matta di Buyege si avvicina a mia moglie, che, non trovando un posto all’interno del ristorante, si è accomodata con il piatto di portata sugli scalini esterni. La matta si avvicina, mette la mano nel piatto e afferra un po’ di riso. Gli astanti (i soliti che di fronte al bar del paese passano le ore a chiacchierare, sono qui ma potrebbero essere in qualsiasi paese del mondo) le abbaiano contro qualcosa e le lanciano un sasso. Ella si ritira.
Mia moglie la trattiene, le lascia tutto il piatto e la bottiglietta d’acqua Rwenzori. La matta traballa, parla da sola con parole incomprensibili. Mangia tutto. Poi si allontana, prende un sacchetto dai rifiuti e vi mette dentro la bottiglietta dell’acqua. Ci ripensa, ricontrolla il piatto e raccoglie gli ultimi grani di riso.
Poi si allontana.
Io, con gli scout, dentro il locale, finisco di mangiare.

La pubblicità dei telefoni cellulari è onnipresente: case e negozi dipinti con i colori delle aziende concorrenti, le baracchine con i marchi ovunque, il telefonino in mano a tutti. Questo avviene anche nei villaggi più sperduti, anche là dove la siccità provoca carestia e fame.
È stridente il contrasto fra la povertà estrema e l’invadenza di questa pubblicità.
Negli anni ’70 vi erano le parole d’ordine dei regimi, negli anni ’80 la pubblicità dei carburanti, negli anni ’90 dei computer, ora il segno dei tempi è la telefonia mobile.
La necessità di sviluppare l’economia comporta l’espansione del mercato, mediante la creazione di nuovi clienti là dove non ci sono. Qualcuno commenta che si tratta di creare bisogni non necessari.
Ma… forse no.
Forse c’è di peggio che soffrire la fame e le malattie, forse c’è qualcosa che opprime la condizione umana che l’essere profughi o temere le angherie del potere corrotto o l’immanenza di guerre e conflitti.
È la solitudine.
Se a tutte le ferite che la vita materiale ci procura si somma anche il senso di abbandono, penso che tutto diventi un macigno.
Ritengo, al dunque, che avere un cellulare risponda ad un bisogno reale, un po’ come il viaggio che facciamo, per vedere, salutare, abbracciare. Avere la possibilità di comunicare e di non sentirsi ancor di più raminghi e reietti.
Intanto, sul bus, gli scout suonano i tamburi.

Al peggio non c’è mai fine.
Lasciamo una scuola, dove bambini festosi e scalzi, sorridenti e malati, ci sono corsi incontro per toccarci, farsi abbracciare, portarci in giro per le loro aule che già siamo in viaggio per un’altra. In mezzo alla foresta, un villaggio, casupole perse lungo un tratturo disconnesso, altri bimbi ci salutano appena ci vedono passare.
Un’altra scuola, meno aule, più polvere, meno cibo, più bambini, meno letti, più insetti, meno maestri, più piedi scalzi.
Più malattie dove c’è meno igiene: è una legge spietata.
Luwero ci mostra cos’è la fame: i bambini sono come assenti, non giocano, la nostra guida ci porta subito via: non si reggono in piedi.
Il girotondo si interrompe, partiamo e lasciamo promesse, che i sopravvissuti vedranno concretizzare.
Gli scout rimangono in silenzio.

Indice e pollice della mia mano destra, uniti, rappresentano il diametro del braccio del bimbo che è in collo a me.
Il gomito è grosso e l’avambraccio è come il braccio.
Qui a Golomolo molti sono così, ma questo è venuto in braccio a me, superando la diffidenza della pelle e della barba.
Gli guardo le gambe: cosce secche, ginocchio grosso.
Piedi grandi, senza scarpe.
La polvere lo ricopre dai piedi al collo.
La pancia è gonfia, con l’ombelico sporgente.
Quando partiamo lo saluto dal finestrino del bus.
Egli non mi vede, non risponde. Insisto. Dopo un po’, un compagno lo avverte ed egli si mette la mano sugli occhi a smorzare la luce accecante e con l’altra, alfine, mi saluta.
Non ha mai parlato, per tutto il tempo che sono stato con lui, forse due parole con un filo di voce. Mi sembra che stia perdendo un incisivo: avrà 6 o 8 anni. Ma non li dimostra.  Mentre i più grandi corrono e sono già accalcati intorno alle cucine, questo bambino, insieme ai suoi pari età, rimane presso il dormitorio. 
Il bus riparte. 
Gli scout hanno le lacrime al ciglio.

Avevo dieci anni quando portai 500 Lire ( la vecchia moneta in argento, quella con il veliero) a scuola, dove c’era un centro di raccolta per i bambini affamati del Bihar, in India. L’anno dopo, 1967, già frequentavo le medie ci fu la raccolta per il Biafra. (il termine “biafrano” indicò per molti anni l’affamato ed il denutrito). Da allora sono passati 43 anni. Son finite le colonie, è finito il comunismo, sono finiti i dittatori di allora, è rimasta la fame. 
Se il meccanismo sociale che la determina potesse essere rivoltato, lo sarebbe stato già.  
Perché sono qui, allora? Potranno mai cambiare in meglio le sorti dell’Africa e del mondo? Ne abbiamo i mezzi culturali, economici, politici? Esiste chi veramente li ha? Lo possono fare la scienza, la tecnologia, la medicina o anche soltanto l’elettrotecnica? Non lo so, temo di no.
Ma questo bambino che tengo in braccio, che bacio sulla testa di corti capelli crespi, che non vorrei lasciare, che mi stringe a sé, che ride se scherzo con lui, forse oggi è stato un po’ meglio.  La consapevolezza globale non deve fermare le azioni locali.
Qualcuno, se non tutti, può stare meglio.                                
Gli scout, in mezzo al cerchio, fanno danzare ancora i bambini alle note di un canto nuovo.

 

I balli tradizionali dei ragazzi sul palco e le canzonette da discoteca sputate a tutto volume dagli altoparlanti dell’impianto di amplificazione fanno da colonna sonora al nostro incontro con gli studenti di Galamba.                                                       
All’interno i ragazzi ridono e battono le mani. Dall’esterno si avvicinano alcuni bambini che si accalcano sull’uscio. Qualche pattone assestato da un insegnante li allontana momentaneamente.              
All’esterno, sul campo di calcio, si affrontano Italia e Uganda: la palla va, inseguita, viene poi scambiata, calciata in porta, respinta dal portiere, rimbalza sulle teste e le ginocchia. Intorno al campo, tanti altri che guardano; sono più piccoli, toccherà a loro la prossima volta.  
I balli ed i giochi nel cortile della scuola, le risate, la polvere alzata, i grembiuli più o meno integri. Fuori, una capra legata ad una grossa fune è condotta da un bambino, senza scarpe né grembiule. Non va a scuola, è evidente: fa il pastore. Passa dal prato, entra e scompare nel bananeto.                                 
Anche fra gli ultimi qualcuno è più ultimo.                                  
Gli scout, usciti assordati dall’aula, vanno verso il prato, incontro ai bimbi, mentre alta sul pennone sventola la bandiera di Pisa.

Riattare il dormitorio degli alunni, adeguare l’impianto elettrico, risistemare l’ambulatorio. Comprare la pompa del pozzo, aggiustare il trattore, fondare una coop di sarti, qual è la priorità?      
Dar da mangiare ai bimbi stremati oppure irrigare i campi riarsi dal sole oppure fornire le sementi oppure fondare una scuola agraria. Qual è la priorità?                                                
Ritornare presto in Africa, portare altri vestiti, altri medicinali, in altre scuole, nelle stesse, non in quelle dei preti; qual è la priorità?                                                                            
Sostenere a distanza oppure adottare, inviare medici, far venire studenti di medicina, mandare elettricisti, far venire studenti di elettrotecnica: qual è la priorità?                                    
Raccogliere soldi, cambiare stile di vita, non inviare soldi, inviare preservativi, convincerli a cambiare stile di vita, convincere altre persone che qualcosa si può fare, attingere a risorse pubbliche, fare dei progetti nuovi, non fare più progetti ma potenziare quelli che già ci sono. Qual è la priorità?                                       
Altri preti ed altre suore per respingere l’integralismo islamico o protestante; meno preti e meno suore per respingere l’integralismo cattolico; meno laici per respingere la corruzione. Qual è la priorità?                                                              
La priorità ora è riuscire a dormire stanotte, domani ripartiamo. Gli scout provano ancora la piramide umana nel giardino del refettorio.

La chiave al collo. Legata con uno spago, i più grandi hanno una chiave al collo. Non capivo, appena la notai, a cosa potesse servire. Ho compreso quando, entrato nel dormitorio ho visto i bauli. Il dormitorio è una stanza unica, con tetto di lamiera, più alto di un’aula. All’interno vi sono letti a castello a tre piani, sui quali, a volte anche in due, dormono circa 180 bambine. Nell’altro dormitorio, nelle stesse condizioni, altrettanti ragazzi. Fra le zanzariere lacerate in più punti, intravedo i bauli, di metallo, appoggiati sui materassi. Sono l’armadio” entro cui sistemano le proprie cose. La chiave per evitare che qualcuno possa rubare o anche solo violare la privacy legata agli oggetti contenuti.        
La maggior parte degli ospiti della scuola è formata da orfani.
Per qualcuno, quindi, il baule è tutto ciò che possiede, tutto il corredo per la vita.                                                   
Possedere qualche oggetto personale dà ai bambini la possibilità di sentirsi unici, non solo parte del mucchio di figlioli che si accavallano intorno a noi. E, sentendosi unici, di poter essere amati per quello che sono, come persone, non come numeri di una statistica che gli assegna una aspettativa di vita alla nascita di soli 51.5 anni contro gli 81.8 di noi italiani.                           
La chiave al collo, per nutrire una speranza.                    
Frattanto gli scout intonano un altro canto.

Sull’impalcatura di un cartellone pubblicitario strappato che nessuna ripara, il marabù guarda la vita sotto di sé, alla ricerca di qualcosa da mangiare fra i rifiuti lasciati per le strade. La vita frenetica di Kampala, il traffico, la polizia all’erta, le bici stracariche di mercanzie e le motociclette stracariche di passeggeri accompagnano la vita degli ugandesi della capitale. Le strade asfaltate, ma piene di buche, collegano altre vie in terra battuta dove enormi solchi scavati dalle piogge equatoriali mettono a repentaglio caviglie, ruote e balestre.                   
Una ventina di pisani cerca di evitare buche e veicoli per recarsi verso la sala della cena, mentre tentano di illuminare con le torce elettriche il cammino.                                                               
I venditori lungo la via, le moto-taxi; l’immagine della caotica e storica piazza dei taxi dove, sembra impossibile, stanno pigiati come sardine in scatola, centinaia di taxi collettivi bianchi, che da lì partono e che lì arrivano in continuazione, giorno e notte.        
Il traffico e la maniera di affrontarlo sono impensabili per noi: il mezzo più grosso ha la precedenza, le norme di circolazione stradale non sembra sortano un grande effetto, nonostante la ferrea vigilanza della polizia, tutta tesa ad estorcere mance. Incrociamo un ragazzo ed una ragazza che si tengono per mano, ridono; sono giovani. Dall’alto del suo traliccio il marabù osserva i due ragazzi innamorati sotto la luna di Kampala. 
Anche qui la gente nasce, vive, si innamora e muore.          
Mentre ci ripenso, mi sento a casa.                                       
Gli scout urlano il loro “Buon appetito!”.

David Tosi

Sono partita per Calcutta con la convinzione di essere ben preparata al viaggio che mi aspettava. Conosco Bhalobasa da qualche anno ed avevo ascoltato molti racconti di persone che l’avevano visitata, avevo visto molte foto. Sono partita ben informata sull’India e sulla condizione di povertà di moltissimi suoi abitanti.

Ma l’India mi ha stupito già al nostro arrivo di notte e nel tragitto in macchina verso la parrocchia di Padre Orson che ci avrebbe ospitato.

Il giorno successivo al nostro arrivo siamo usciti a piedi per Calcutta e l’effetto che il vedere ha fatto su di me e su i miei compagni di viaggio é stato fortissimo. Sembra impossibile passare accanto a un bambino di pochi mesi addormentato su un cartone sul marciapiede e non fare niente. Sembra impossibile vedere una bambina curva sotto il peso di due recipienti pieni d’acqua e non aiutarla. Sembra impossibile la sera coricarsi senza fare niente per la famiglia con quattro bambini sotto i 6 anni che dormono sul marciapiede a pochi metri da noi.

La mia prima reazione é stata quello di odiare la città. Che posto é questo, mi dicevo, dove nessuno si cura di raccogliere la spazzatura che si accumula ai lati della strada, dove la cappa di smog é così spessa da impedire la visuale, dove i bambini dormono a pochi centimetri dal traffico in una cacofonia di clacson e motori. Che gente siamo tutti noi a permettere che ci siano persone costrette a vivere così.

La rabbia che ho provato era destinata a svanire la mattina dopo: abbiamo visitato la Mother’s House per partecipare alla messa insieme a molti volontari di varie nazionalità. La serenità e la gioia dei canti delle suore durante la funzione, la bella Omelia del Vescovo Plotti mi hanno contagiato. Percepivo un’energia positiva che emanava da quel luogo, un amore per il prossimo una voglia di fare che hanno risvegliato l’entusiasmo per le cose che stavamo per vedere.

Questa sensazione di armonia e passione si sono rinnovate ogni volta che ho avuto la fortuna di visitare strutture create per aiutare i poveri e gli emarginati e di conoscere le persone che le gestiscono. Il lebbrosario di Titagarh, la scuola di Morapai, per citarne alcuni, sono nel mio ricordo dei piccoli paradisi in mezzo alla disperazione.

Accanto all’entusiasmo e alla motivazione é riaffiorato spesso anche lo scoramento: le persone che hanno bisogno di aiuto sono talmente tante… impossibile non pensare che anche con il nostro più grande impegno riusciremo solo ad avere un impatto impercettibile sulla realtà di Calcutta e dei suoi dintorni. Ma come mi ha detto un compagno di viaggio, non dobbiamo avere la presunzione di cambiare le cose: importante é coltivare e concretizzare il desiderio di aiutare.

Quando arriva il momento di partire mi sento contenta di tornare a casa, ho voglia di mettermi al lavoro. Penso che sarebbe bellissimo se anche uno solo di quei bambini avesse un futuro migliore.