Mi capita spesso di pensare ai viaggi fatti con il Bhalobasa, ma il primo viaggio che facemmo in Burkina nell’Aprile 2006 per tanti versi è stato davvero speciale, e adesso, a più di due anni e mezzo di distanza, con tanti progetti realizzati, tanti bambini sostenuti e tanto altro ancora, è ancora più bello ripensare a quei giorni.

Ripenso a….

….alla partenza dei 4 pionieri del Burkina, (Alessandra, David, Alessandro ed io) mandati da Armando con poche informazioni…e aleatorie…ma con la sua spinta e la sua carica che quello che stavamo facendo poteva essere davvero importante…per loro e per noi…

….alla forza che ci ha dato l’approccio iniziale di ogni viaggio del Bhalo: fare amicizia, conoscersi, costruire “Ponti tra le persone, tra le culture, tra i popoli….”

Ripenso a….

……alla creazione di una serie di relazioni con persone stupende del luogo, e con dei missionari in un paese, Tougourì, dove il clima e l’aridità danno veramente poche speranze agli abitanti.

…..all’incontro con Barbara, Baldo e Oliviero, persone diversissime, ma tutte speciali che ci hanno ospitato e ci hanno fatto integrare con quella realtà sfortunata ma meravigliosa…

…..agli occhi dei nostri amici Burkinabè, ai loro sorrisi, al loro entusiasmo, al loro amore…

E’ bellissimo adesso pensare ai tanti progetti realizzati, dall’ospedale di Tanghen, al sostegno al Centro Nutrizionale e al nuovo ostello del villaggio, all’aiuto all’associazione dei malati di AIDS o all’intervento per la crescita delle associazioni di lavoratori del luogo…..ai tantissimi bambini che sosteniamo, e al fatto che una nostra volontaria, Serena, vivrà tre anni a Tougouri, insieme con loro, grazie a un Progetto che abbiamo fatto in collaborazione con la Diocesi di San Miniato.

Spero che questi ricordi rimangano sempre indelebili dentro me… spero di ritrovarmi a scrivere ancora emozioni come queste…emozioni che condivido con la famiglia del Bhalobasa ma anche con gli amici del Burkina…

Sei su un pulmino che ti sta portando a Gossace. Ne hai sentito parlare in diverse riunioni del Consiglio Direttivo del Bhalobasa, da Armando e da altri ragazzi che ci sono stati l’anno passato.
Hai sentito l’urgenza nelle loro voci del “fare” e del “fare velocemente”…. Per un anno ti sei anche chiesto come mai questo posto toccava i cuori in questo modo…..
Pensi che ormai, dopo tanti viaggi nel sud del mondo, sei aimè, abituato a tutto…

Dopo un’ora e mezzo dalla partenza da Kampala il pulman si ferma e monta un uomo.
Non ti immagini che quell’uomo possa diventare presto un riferimento per te, ma comincia a raccontare la sua storia e improvvisamente ti trovi, insieme ad altri 13 ragazzi che condividono con te questo viaggio, coinvolto nella sua storia.

E’ un ingegnere elettronico che si è ammalato di Aids 12 anni fa ed è stato immediatamente licenziato dalla sua Azienda. Dopo varie peripezie, lavori umilianti e di emergenza, ha deciso di fare qualcosa per aiutare chi, come lui ha contratto il virus dell’Hiv.

Da qui l’idea di Gossace.

Dopo un’altra ora di pulman nel mezzo della giungla, finalmente arrivi.

Sei già emozionato e coinvolto, ma non è niente rispetto a quello che sarai dopo…..

Gossace: 3 strutture che fungono da aule di giorno e da dormitorio di notte. 188 bambini orfani, il 25% circa malato di Aids, abbandonati, malnutriti e che dormono in 7 per ogni materasso. 5 professori, anch’essi malati, che con dignità e amore sacrificano ulteriormente la loro situazione e mettono i loro insegnamenti al servizio dei bambini, per dargli una speranza, ….almeno una….
Dormono in capanne, mangiano una manciata di riso al giorno e un po’ di fagioli.
Quando parlano della loro “scuola” ne sono orgogliosi. Qua, 3 anni, fa non c’era niente.

Giochi con i bambini con il cuore che piange e non puoi far a meno di vedere che, rispetto agli altri bambini Ugandesi, (già sfortunati anch’essi), questi sono più tristi, più stanchi…. Alcuni non ce la fanno neanche a fare un girotondo e sono sdraiati sull’erba…

Cerchi di regalargli almeno una giornata di felicità, ma vivi nell’impotenza…

Adesso stai tornando a Kampala, è sera. Non hai voglia di parlare…. Ad un certo punto ti giri…vedi che sul pulman stanno soffrendo tutti…ad alcuni escono lacrime, ad altri no, ma stanno piangendo tutti….

Torni in Italia, ma, per fortuna il cuore ti fa sempre male…. E ricominci a fare qualcosa…. Per loro… giuri a te stesso che farai di tutto e speri dentro di te di avere la forza per mantenere la tua parola…

Sono partita per Calcutta con la convinzione di essere ben preparata al viaggio che mi aspettava. Conosco Bhalobasa da qualche anno ed avevo ascoltato molti racconti di persone che l’avevano visitata, avevo visto molte foto. Sono partita ben informata sull’India e sulla condizione di povertà di moltissimi suoi abitanti.

Ma l’India mi ha stupito già al nostro arrivo di notte e nel tragitto in macchina verso la parrocchia di Padre Orson che ci avrebbe ospitato.

Il giorno successivo al nostro arrivo siamo usciti a piedi per Calcutta e l’effetto che il vedere ha fatto su di me e su i miei compagni di viaggio é stato fortissimo. Sembra impossibile passare accanto a un bambino di pochi mesi addormentato su un cartone sul marciapiede e non fare niente. Sembra impossibile vedere una bambina curva sotto il peso di due recipienti pieni d’acqua e non aiutarla. Sembra impossibile la sera coricarsi senza fare niente per la famiglia con quattro bambini sotto i 6 anni che dormono sul marciapiede a pochi metri da noi.

La mia prima reazione é stata quello di odiare la città. Che posto é questo, mi dicevo, dove nessuno si cura di raccogliere la spazzatura che si accumula ai lati della strada, dove la cappa di smog é così spessa da impedire la visuale, dove i bambini dormono a pochi centimetri dal traffico in una cacofonia di clacson e motori. Che gente siamo tutti noi a permettere che ci siano persone costrette a vivere così.

La rabbia che ho provato era destinata a svanire la mattina dopo: abbiamo visitato la Mother’s House per partecipare alla messa insieme a molti volontari di varie nazionalità. La serenità e la gioia dei canti delle suore durante la funzione, la bella Omelia del Vescovo Plotti mi hanno contagiato. Percepivo un’energia positiva che emanava da quel luogo, un amore per il prossimo una voglia di fare che hanno risvegliato l’entusiasmo per le cose che stavamo per vedere.

Questa sensazione di armonia e passione si sono rinnovate ogni volta che ho avuto la fortuna di visitare strutture create per aiutare i poveri e gli emarginati e di conoscere le persone che le gestiscono. Il lebbrosario di Titagarh, la scuola di Morapai, per citarne alcuni, sono nel mio ricordo dei piccoli paradisi in mezzo alla disperazione.

Accanto all’entusiasmo e alla motivazione é riaffiorato spesso anche lo scoramento: le persone che hanno bisogno di aiuto sono talmente tante… impossibile non pensare che anche con il nostro più grande impegno riusciremo solo ad avere un impatto impercettibile sulla realtà di Calcutta e dei suoi dintorni. Ma come mi ha detto un compagno di viaggio, non dobbiamo avere la presunzione di cambiare le cose: importante é coltivare e concretizzare il desiderio di aiutare.

Quando arriva il momento di partire mi sento contenta di tornare a casa, ho voglia di mettermi al lavoro. Penso che sarebbe bellissimo se anche uno solo di quei bambini avesse un futuro migliore.

Il gruppo è composto da 12 persone e sarà guidato da don Armando. Fra i partecipanti anche Mons. Alessandro Plotti, Arcivescovo Emerito di Pisa. Il gruppo visiterà oltre a Calcutta alcuni progetti di Bhalobasa nei distretti di Bordwan e del Sud Parganas. Uno degli obbiettivi principali del viaggio sarà portare un aiuto concreto ad alcune famiglie di cristiani che hanno avuto la casa distrutta in Orissa a causa delle violenze di questi ultimi mesi.