di Giovanni Zampano

Mai preparati all’esperienza della persona!
Prima di partire per questo viaggio in Uganda e Tanzania ho pensato molto a quanto fosse importante prepararsi, conoscere i Paesi, parlare con le persone che hanno già alle spalle molti viaggi, sapere tutto dei progetti. Sì, sono ancora convinto che tutto questo sia importante, ma forse non come credevo.
Il primo sentimento che mi ha investito arrivati a Kampala non è stato positivo, si è trattato dell’orrore per la disuguaglianza, quella di cui avevo letto e sentito parlare, quella che non avevo ancora toccato con mano. Quest’orrore ha generato in me emozioni opposte ed estreme: da un lato la sfiducia in qualsiasi cambiamento, dall’altro la voglia di cambiare il mondo con forza e tutto in una volta!
Ho provato questi sentimenti durante le prime visite nelle scuole, vedendo i bambini che hanno negli occhi pochi anni di tante sofferenze, ma anche una grande allegria, riconoscenza e orgoglio! Ho provato questi sentimenti scorrendo le immagini al margine della strada durante gli spostamenti: terra rossa, persone scalze, attività commerciali di ogni tipo, bambini che sbucano da ogni angolo, corrono, cadono, salutano e sorridono. Ho provato questi sentimenti durante le prime ore a Gossace, perché la realtà che i ragazzi vivono lì è dura e ancor più perché le difficoltà che hanno dovuto affrontare prima di arrivare a Golomolo sono state ben peggiori.
A cambiare in positivo il mio modo di sentire e vivere questi Paesi sono state le persone, le loro storie, le brevi (ma intense) relazioni instaurate con loro: Andrew, i compagni di viaggio, i direttori e gli insegnanti delle scuole, le ragazze del servizio civile, Deodatus, i bambini, i ragazzi, i genitori.…
È proprio l’esperienza delle persone che fa capire che non ci si può sentire realmente preparati a un viaggio come questo, anzi non ci si deve sentire preparati!
Non si può essere preparati alla storia della nascita della St.Catherine: 70.000 euro di rimborso per un incidente aereo che diventano una scuola invece di un conto in banca. Non si è preparati ad ascoltare i ragazzi del progetto “Sogno di studiare” che raccontano cosa faranno da grandi, imbarazzati, ma fieri. Non ci si può preparare a una mattina con i bambini di Gossace, tra quattro mura, mentre fuori (e dentro) piove! Loro ridono, spingono, piangono, toccano, vogliono abbracciare, vedere, parlare, ballare! Non si può essere preparati al coraggio debordante di Deodatus, che ha fatto di Bumbire la sua vita e la sua missione e per lui è la cosa più normale del mondo. Neppure si può essere preparati alla spontaneità di Hassan, che condivide con te il dramma familiare che l’ha portato a Gossace e contribuisce a farti capire che Gossace, in quella realtà, rappresenta un miracolo.
Tutte queste persone sono riuscite a mutare i miei sentimenti di orrore e rabbia e a darmi fiducia, non nelle nostre possibilità di cambiare il mondo, ma nella possibilità di questo popolo di fare passi avanti in una direzione che non abbiamo deciso noi! Ho sentito anche la consapevolezza che Bhalobasa sta facendo molto per accompagnare queste persone nel loro cammino e la voglia di continuare a farlo con professionalità e preparazione (questa sì, necessaria!).
Per far sì che queste persone mutassero i miei sentimenti ho dovuto cambiare atteggiamento, allentare la rigidità delle aspettative occidentali, trovare dentro di me delle pagine bianche, da dare loro. Farò tesoro di questa esperienza e in futuro porterò con me delle pagine bianche, perché possa vivere i prossimi viaggi con tanta voglia di imparare, di lasciarmi arricchire, di cambiare!

È sera, l’aria è calda ma non soffocante, l’ambiente decisamente familiare. È la terza volta che questo aeroporto mi accoglie ed ormai è come vedere un parente lontano, noto ogni differenza, lui probabilmente ogni nuova ruga. Fuori troviamo il solito bus da 12 posti, padre Andrew ci aspetta alla Mazzoldi, la missione che ci ospita, perché non siamo neofiti, per David è addirittura la quinta volta. Sappiamo quello che ci aspetta, eppure è sempre un’emozione fortissima respirare questa terra. Nel venire in Uganda con Bhalobasa ci sono tappe immancabili a cui ho pensato fin dal momento in cui l’idea di questo viaggio ha cominciato a prendere corpo, Gossace e Luwero. Dopo gli abbracci e i saluti la prima domanda a Andrew è proprio: quale giorno ci andremo? E quando poi passeremo in Tanzania? Ma è tardi, la stanchezza mi prende gli occhi e le gambe e non è necessario tutto e subito: siamo arrivati in Africa!
La strada per Luwero mi sembra infinita e brevissima allo stesso tempo. Ecco siamo già al mercato e al bivio dove la strada principale, sterrata, sta per finire e ci si inoltra nella foresta. Apriamo tutti il finestrino per non perdere la parte migliore che regala l’inerpicarsi per questi piccoli sentieri a bordo del Van, un gridare continuo, gioioso e prorompente: Bye Mzungu! (Ciao Uomo bianco). Sono i piccoli bimbi del villaggio che ci corrono incontro appena sentono il rombo del motore. Agitano le piccole mani a più non posso e si fermano d’improvviso, impietriti, se scoprono che siamo più vicini di quanto pensassero. Ma il sorriso non se ne va dai loro volti. E dietro di loro, meno esuberanti, madri, nonni, giovani che portano il carbone, che dirompono in immensi sorrisi se solo ammicchiamo un saluto. Tra una capanna e la successiva i commenti fra noi sono drammaticamente identici: “non era così la volta scorsa”. Molte più numerose sono le pance gonfie, molti di più i bimbi mal vestiti e gli adulti stremati. La povertà avanza inesorabilmente. Padre Anacleto ci aspetta lavorando infaticabile, nonostante la malaria, al dormitorio per volontari insieme agli operai. Ormai gli attacchi di febbre e i tremori non sono poi così forti, dice sorridendo. Ci accompagna a vedere le aule nuove della scuola; la prima é ormai abitata da classi di alunni che solo un anno e mezzo fa si riunivano sotto un grande albero. E già mi vedo, al prossimo viaggio, dormire nelle nuove stanze, per ora solo mattoni e fieno, che allora saranno abitate da letti a castello e piccoli essenziali arredi di legno, così caldi e accoglienti. Quanta emozione veder realizzato tutto questo, mi ha fatto quasi sentire importante sapere di esserne parte, anch’io sono parte del Bhalobasa e della realizzazione dei suoi progetti. Anche il dispensario continua la sua non facile attività e l’infermiera mi riconosce, ci abbracciamo. È bello ritrovarsi.
Il Van corre nonostante il fango insidioso dei sentieri che le piogge insistenti rendono un gioco d’azzardo. Siamo contenti però che si proceda spediti, la nostra meta è Gossace. Vincent, il gigante buono, così lo avevo soprannominato al primo incontro per la statura imponente e la grandezza del suo cuore, è con noi, seduto in fondo, silenzioso. Purtroppo il suo fisico risulta ancora più sofferente e, ne sono certa, cresce anche la preoccupazione per tutti i piccoli ospiti di Gossace. Sono dieci anni che ha dato vita a questo luogo che accoglie orfani e bimbi che ereditano il male incurabile, spettro dell’Africa, ma anche molti piccoli dei villaggi circostanti senza opportunità di futuro. Grazie a Dio oggi ne troviamo pochi, i compagni sono in “ferie” presso famiglie che li ospitano per questi pochi giorni in cui non c’è scuola, così da offrirgli il calore e la considerazione che una casa può dare. Anche qui l’alloggio per volontari è quasi pronto: una villa rispetto alle povere, se pur dignitose, capanne in cui vivono gli insegnanti. Non manca l’occasione di ridere con i ragazzi rimasti…