STORIE DI SAD
Cris, Legame d’amore

Scendiamo dalla barca che ci ha condotto dall’isola di Bumbire alla terraferma. Un gruppo di occidentali impauriti, scortati da africani altrettanto impauriti. 75 minuti di silenzio assoluto, rotto soltanto dal rumore delle onde, alte e terribili… scendiamo e finalmente parliamo. Grati alla vita, grati alla terra che calpestiamo.
È mattina. Il sole illumina questo splendido angolo di Tanzania e noi siamo felici. Seduti intorno a un tavolo, assaporando tè, caffè, samosa e chapati che ci sembrano squisiti, ritroviamo il senso del nostro viaggiare. E parliamo.
Padre Pascal riassume il programma della giornata, ci ricorda che, poche ore dopo, incontreremo Cris. Già, Cris! Tra le onde del lago l’avevamo dimenticata. Pascal ci racconta la storia di una bambina come tante, di un destino comune a troppi bambini in questa parte di mondo. Cris aveva un padre e una madre, una volta, ma si sono perduti, inghiottiti dal male del mondo… dalla fame, dalla malattia, dall’ingiustizia e lei se l’è cavata da sola. Un fagottino piangente alle porte di un villaggio.
Parole lucide, essenziali, scevre da quei facili giudizi che spesso inquinano i nostri pensieri, quassù, a nord del Mediterraneo. Nessun riferimento a colpa, egoismo, cattiveria, c’è spazio soltanto per l’umana pietà.
Ma l’Africa ha il cuore grande e non è necessario partorire per essere madre. Così una donna del villaggio, attratta da un pianto strano, che le sembrava quello di un animale ferito, cercando la fonte del suono che magneticamente la attraeva, incontrò, nascosta tra le fronde, la piccola che piangeva.
Incontro d’amore. Incontro tra la bambina e la donna che immediatamente divenne madre.
Ma il sentimento si scontra con l’antico ostacolo che opprime questa parte del mondo: il denaro. La mancanza cronica di denaro. Pascal ci spiega che la donna non ce la fa a sfamare un’altra bocca, non ha i mezzi. Ci chiede di attivare un progetto, di elaborare strategie per dare un futuro alla bambina, per… Non termina la frase.
“Io. Vorrei pensarci io… “
Mentre noi proviamo a elaborare un piano, un nostro compagno di viaggio si propone, seguendo quell’istinto che spesso si fa potente e indica la strada giusta da seguire.
E nasce un legame.
Incontriamo la piccola, vestita a festa, un po’ impaurita da tutte le facce strane che vede intorno a sé. Poi, pian piano si scioglie, si rasserena. Ne approfittiamo per prenderla in braccio, sentirne il calore, stringere quel legame creato per caso, che, con un filo invisibile, unirà per sempre i nostri destini. Guardiamo il suo viso inconsapevole, che sembra esprimere tutto il senso del nostro viaggio e siamo ancora più felici di essere scesi da quella barca.

Silvia Marini
Volontaria del Settore Comunicazione

Storie di SAD, storie di Bhalo
Qualcosa di importante

Cris è un nome di fantasia e nella foto non è ritratta. Raccontiamo la sua storia, grazie a Silvia e a Nicola Mumoli (il medico del quale si parla nella storia) per far capire come un sostegno a distanza, un progetto e la collaborazione con un buon referente, come Paschal, in questo caso, possano cambiare la vita di un bambino o di una bambina… ma non vogliamo in alcun modo ledere i diritti di Cris e degli altri bambini e bambine così piccoli e così già provati.
Vogliamo solo proteggerli, in ogni modo, e donare loro una vita migliore.
Per informazioni: sponsorship@bhalobasa.it, progetti@bhalobasa.it.

di Francesca Salcioli

Atterrare la notte in un paese sconosciuto e affinare tutti i sensi, escluso la vista, per capire cosa c’è intorno a me. E’ come passare i mesi prima della partenza e pensare a cosa mi aspetta. Immaginare la lentezza, il tempo scandito dal sole, il valore di ogni singolo gesto, percezioni nuove. Immagino che tutto sia autentico, che niente stia al posto di altro. Non c’è da nascondere, da strafare o da dimostrare. Semplicemente c’è la possibilità di essere e di stare in contatto. Relativizzare i problemi, dare valore a ciò che davvero conta, ripulirsi di sovrastrutture, dell’eccessivo, del troppo. Toccare con mano quello di cui spesso ho sentito parlare, senza luoghi comuni, senza frasi fatte, non per sentito dire. Ho bisogno di credere che qualcosa di concreto può essere fatto. Mettere dentro una valigia l’indispensabile e capire che la roba che ci sta dentro è fin troppa, che non servirà. E che non serviranno le aspettative che ho, perché non sarò mai abbastanza preparata a un’esperienza personale così forte e sfaccettata.

È difficile mettere a fuoco questa esperienza, sono tanti gli aspetti sociali, umani e intimi con cui si entra in contatto. Sono passati due mesi dalla fine del viaggio e ancora cerco di mettere ordine e ho difficoltà a cogliere cosa emerge. E’ stato un viaggio intenso di momenti, spostamenti, relazioni, incontri, pensieri, riflessioni. Mi vengono in mente due luoghi simbolo di questo viaggio e li descriverò attraverso alcune pagine del mio diario. Contrasti è la parola chiave che per tutto il viaggio ha gestito le mie emozioni.

TANZANIA ISOLA di BUMBIRE e IROBA

Trovarsi di fronte a uno dei laghi di acqua dolce più grandi della terra, attraversarne una parte e sentirsi nella pancia del mondo. Ci dirigiamo con una barca verso l’isola che ci ospiterà per due notti. Una schiera di grandi e piccini ci aspetta sulla riva. Ci chiamano, ci salutano, sorridono, sono incuriositi. Nemmeno il tempo di scaricare i nostri bagagli dalla barca che tante mani, più o meno piccole, prendono velocemente i nostri bagagli per caricarseli in testa e sulle spalle…così la carovana di persone inizia a camminare per il sentiero, seguita dai nostri sguardi affascinati. Arriviamo alla parrocchia del villaggio. Panorami e scorci bellissimi: strade di terra rossa, banani, alberi da frutto di ogni genere, le sfumature del sole al tramonto, gli odori, il silenzio. Pascal, il nostro referente, lancia una palla a un gruppo di bambini. I bambini corrono scalzi tra pietre, sassi e terra, cadono senza accorgersene e si rialzano eccitati per inseguire il pallone. La calma al calare della sera e la pace nel cuore, la vicinanza tra persone appena conosciute che condividono silenzi, pensieri e emozioni. Il tempo in Africa non lo scandisce l’orologio ma la natura. La mattina ci svegliamo per andare alla Messa. La chiesa, una distesa di paglia morbida e qualche panca sotto a una tettoia di legno. Davanti a noi l’immensità del lago Vittoria, ai nostri piedi qualche gallina. Pian piano vediamo arrivare dalla collina delle persone: composte, ordinate, in punta di piedi, eleganti nei loro abiti sgargianti e nelle movenze. Non sono praticante e nemmeno credente. Ho seguito la celebrazione con trasporto e commozione, ho percepito un’energia pura e partecipata. I bambini, elemento centrale di tutta questa esperienza. Cosa c’è nella profondità dei loro occhi? Molti bambini hanno fame, ma soprattutto sono affamati di amore, di calore umano. Dieci bambini attaccati alle braccia di ognuno di noi, bambini che ci travolgono ma allo stesso tempo si avvicinano con rispetto, senza pretendere niente. Impotente davanti a loro, immobilizzata, in grado di fare niente, solo di sorridere, di accarezzare.
Dalla gioia all’angoscia è un attimo. Un’immagine tra tante, il brivido, la rabbia, l’impotenza e il senso di colpa che ho provato davanti a due genitori che stringono tra le braccia il loro bambino morente perché non ci sono i soldi per arrivare in ospedale.

LO SLUM

Che ti stai avvicinando a uno slum lo capisci dall’odore e dal fumo nel cielo. Odore acre di sterco e carburante, è un odore che penetra violentemente, che per giorni rimane dentro al naso. Lo slum è un labirinto di strade sempre più strette, che sembrano fosse, dove si cammina scorrono le fogne. E’ una discarica a cielo aperto, è un ammasso di lamiera e coperte marce, bambini poveri, seminudi, o con vestiti di cui non si riconosce più il colore. E’ un fiume nero, è polli e pulcini che mangiano nella spazzatura. Non ci sono i bagni, non c’è acqua, ma ci sono adulti e bambini che devono fare i conti con i bisogni fisiologici quotidiani, con l’igiene, la dissenteria. Molti bambini corrono scalzi, i più fortunati hanno le scarpe, di qualche numero più grande, chi è meno fortunato ha una scarpa sola. E mi chiedo cosa prova un bambino ad avere una scarpa sola. Le case sono tane di tre metri quadrati in cui dentro possono vivere in 20 persone. E’ difficile per noi chiamarle case, topaie rende meglio l’idea. Ma per loro sono case, è tutto ciò che hanno. Case in cui viene pulito lo sporco sullo sporco, case in cui ci accolgono e ci ringraziano. Però nonostante la fame, la morte e il dolore, i bambini sorridono, e mi lasciano spiazzata, anche se i bambini e le persone dello slum hanno un velo opaco e impenetrabile nello sguardo. Sono riuscita a camminare all’interno dello Slum solo creando una sorta di distacco emotivo, una specie di de personificazione. Quello che stavo vivendo era fuori da me, riuscivo a osservarlo solo come una sorta di documentario.

Vivere realtà così diverse e inevitabilmente fare i conti con la propria vita. Tutto si ridimensiona, tutto cambia di valore. Il senso di colpa per ciò che ho e per ciò che non apprezzo. In Africa credo che nessuno conosca la parola stress, pane quotidiano per molti di noi occidentali. Quando provi a descrivergli cosa è l’ansia gli Africani ti guardano con due occhi incuriositi e ridono. Eppure la capitale dell’Uganda, Kampala, è una città caotica, grande traffico con poche regole, uno smog irrespirabile, tanta, tantissima gente. Cosa mi colpisce è la calma delle persone in questo grande caos, in pochi si arrabbiano, nessuno corre. E io inevitabilmente capisco quanto sporco la mia vita di cose superflue, di diversivi inutili. In Africa si muore per mancanza di un antibiotico, perché non si può pagare il medico o perché il medico è troppo lontano. Si muore per mancanza di igiene. Si muore perché il territorio paga il prezzo salato di anni di sfruttamento e perché l’Africa paga il prezzo della sua vastità, le distanze in Africa sono interminabili. Ho capito che in Europa si rischia di morire per le stesse cose, in senso opposto. Tutto quello che a loro manca e che gli potrebbe migliorare la vita è quello che a noi, se non usato correttamente, potrebbe peggiorarla. Questa esperienza in Africa la desideravo da tantissimo tempo…ma devo essere sincera, non sono riuscita a godere a pieno degli sguardi, dell’accoglienza, dell’autenticità. Non sono riuscita a mettere a fuoco l’Africa, è l’Africa che però è riuscita a mettere a fuoco me e mi ha permesso di entrare in contatto con una parte dolorosa e profonda con cui ancora sto facendo i conti. Involontariamente ho usato l’Africa come metro di misura della mia vita.

E ora con tutto questo cosa ci posso fare?
È un’energia che deve essere canalizzata in modo costruttivo altrimenti rischia solo di rendermi passiva e impotente. Bhalobasa è una delle risposte concrete e propositive. Ancora una volta ho apprezzato il lavoro paziente, rispettoso e concreto di questa associazione. Ho capito ancora meglio il senso della cooperazione, di avere un pensiero costruttivo privo di pregiudizio, di cosa significhi non calare dall’alto il proprio pensiero ma aiutare dall’interno. Credo che questa esperienza possa essere intrapresa da chi lo sente vivamente dentro al cuore, ma con la consapevolezza che il viaggio sarà principalmente interiore e che la vera partenza sarà al ritorno.

francesca

di Giovanni Zampano

Mai preparati all’esperienza della persona!
Prima di partire per questo viaggio in Uganda e Tanzania ho pensato molto a quanto fosse importante prepararsi, conoscere i Paesi, parlare con le persone che hanno già alle spalle molti viaggi, sapere tutto dei progetti. Sì, sono ancora convinto che tutto questo sia importante, ma forse non come credevo.
Il primo sentimento che mi ha investito arrivati a Kampala non è stato positivo, si è trattato dell’orrore per la disuguaglianza, quella di cui avevo letto e sentito parlare, quella che non avevo ancora toccato con mano. Quest’orrore ha generato in me emozioni opposte ed estreme: da un lato la sfiducia in qualsiasi cambiamento, dall’altro la voglia di cambiare il mondo con forza e tutto in una volta!
Ho provato questi sentimenti durante le prime visite nelle scuole, vedendo i bambini che hanno negli occhi pochi anni di tante sofferenze, ma anche una grande allegria, riconoscenza e orgoglio! Ho provato questi sentimenti scorrendo le immagini al margine della strada durante gli spostamenti: terra rossa, persone scalze, attività commerciali di ogni tipo, bambini che sbucano da ogni angolo, corrono, cadono, salutano e sorridono. Ho provato questi sentimenti durante le prime ore a Gossace, perché la realtà che i ragazzi vivono lì è dura e ancor più perché le difficoltà che hanno dovuto affrontare prima di arrivare a Golomolo sono state ben peggiori.
A cambiare in positivo il mio modo di sentire e vivere questi Paesi sono state le persone, le loro storie, le brevi (ma intense) relazioni instaurate con loro: Andrew, i compagni di viaggio, i direttori e gli insegnanti delle scuole, le ragazze del servizio civile, Deodatus, i bambini, i ragazzi, i genitori.…
È proprio l’esperienza delle persone che fa capire che non ci si può sentire realmente preparati a un viaggio come questo, anzi non ci si deve sentire preparati!
Non si può essere preparati alla storia della nascita della St.Catherine: 70.000 euro di rimborso per un incidente aereo che diventano una scuola invece di un conto in banca. Non si è preparati ad ascoltare i ragazzi del progetto “Sogno di studiare” che raccontano cosa faranno da grandi, imbarazzati, ma fieri. Non ci si può preparare a una mattina con i bambini di Gossace, tra quattro mura, mentre fuori (e dentro) piove! Loro ridono, spingono, piangono, toccano, vogliono abbracciare, vedere, parlare, ballare! Non si può essere preparati al coraggio debordante di Deodatus, che ha fatto di Bumbire la sua vita e la sua missione e per lui è la cosa più normale del mondo. Neppure si può essere preparati alla spontaneità di Hassan, che condivide con te il dramma familiare che l’ha portato a Gossace e contribuisce a farti capire che Gossace, in quella realtà, rappresenta un miracolo.
Tutte queste persone sono riuscite a mutare i miei sentimenti di orrore e rabbia e a darmi fiducia, non nelle nostre possibilità di cambiare il mondo, ma nella possibilità di questo popolo di fare passi avanti in una direzione che non abbiamo deciso noi! Ho sentito anche la consapevolezza che Bhalobasa sta facendo molto per accompagnare queste persone nel loro cammino e la voglia di continuare a farlo con professionalità e preparazione (questa sì, necessaria!).
Per far sì che queste persone mutassero i miei sentimenti ho dovuto cambiare atteggiamento, allentare la rigidità delle aspettative occidentali, trovare dentro di me delle pagine bianche, da dare loro. Farò tesoro di questa esperienza e in futuro porterò con me delle pagine bianche, perché possa vivere i prossimi viaggi con tanta voglia di imparare, di lasciarmi arricchire, di cambiare!

È sera, l’aria è calda ma non soffocante, l’ambiente decisamente familiare. È la terza volta che questo aeroporto mi accoglie ed ormai è come vedere un parente lontano, noto ogni differenza, lui probabilmente ogni nuova ruga. Fuori troviamo il solito bus da 12 posti, padre Andrew ci aspetta alla Mazzoldi, la missione che ci ospita, perché non siamo neofiti, per David è addirittura la quinta volta. Sappiamo quello che ci aspetta, eppure è sempre un’emozione fortissima respirare questa terra. Nel venire in Uganda con Bhalobasa ci sono tappe immancabili a cui ho pensato fin dal momento in cui l’idea di questo viaggio ha cominciato a prendere corpo, Gossace e Luwero. Dopo gli abbracci e i saluti la prima domanda a Andrew è proprio: quale giorno ci andremo? E quando poi passeremo in Tanzania? Ma è tardi, la stanchezza mi prende gli occhi e le gambe e non è necessario tutto e subito: siamo arrivati in Africa!
La strada per Luwero mi sembra infinita e brevissima allo stesso tempo. Ecco siamo già al mercato e al bivio dove la strada principale, sterrata, sta per finire e ci si inoltra nella foresta. Apriamo tutti il finestrino per non perdere la parte migliore che regala l’inerpicarsi per questi piccoli sentieri a bordo del Van, un gridare continuo, gioioso e prorompente: Bye Mzungu! (Ciao Uomo bianco). Sono i piccoli bimbi del villaggio che ci corrono incontro appena sentono il rombo del motore. Agitano le piccole mani a più non posso e si fermano d’improvviso, impietriti, se scoprono che siamo più vicini di quanto pensassero. Ma il sorriso non se ne va dai loro volti. E dietro di loro, meno esuberanti, madri, nonni, giovani che portano il carbone, che dirompono in immensi sorrisi se solo ammicchiamo un saluto. Tra una capanna e la successiva i commenti fra noi sono drammaticamente identici: “non era così la volta scorsa”. Molte più numerose sono le pance gonfie, molti di più i bimbi mal vestiti e gli adulti stremati. La povertà avanza inesorabilmente. Padre Anacleto ci aspetta lavorando infaticabile, nonostante la malaria, al dormitorio per volontari insieme agli operai. Ormai gli attacchi di febbre e i tremori non sono poi così forti, dice sorridendo. Ci accompagna a vedere le aule nuove della scuola; la prima é ormai abitata da classi di alunni che solo un anno e mezzo fa si riunivano sotto un grande albero. E già mi vedo, al prossimo viaggio, dormire nelle nuove stanze, per ora solo mattoni e fieno, che allora saranno abitate da letti a castello e piccoli essenziali arredi di legno, così caldi e accoglienti. Quanta emozione veder realizzato tutto questo, mi ha fatto quasi sentire importante sapere di esserne parte, anch’io sono parte del Bhalobasa e della realizzazione dei suoi progetti. Anche il dispensario continua la sua non facile attività e l’infermiera mi riconosce, ci abbracciamo. È bello ritrovarsi.
Il Van corre nonostante il fango insidioso dei sentieri che le piogge insistenti rendono un gioco d’azzardo. Siamo contenti però che si proceda spediti, la nostra meta è Gossace. Vincent, il gigante buono, così lo avevo soprannominato al primo incontro per la statura imponente e la grandezza del suo cuore, è con noi, seduto in fondo, silenzioso. Purtroppo il suo fisico risulta ancora più sofferente e, ne sono certa, cresce anche la preoccupazione per tutti i piccoli ospiti di Gossace. Sono dieci anni che ha dato vita a questo luogo che accoglie orfani e bimbi che ereditano il male incurabile, spettro dell’Africa, ma anche molti piccoli dei villaggi circostanti senza opportunità di futuro. Grazie a Dio oggi ne troviamo pochi, i compagni sono in “ferie” presso famiglie che li ospitano per questi pochi giorni in cui non c’è scuola, così da offrirgli il calore e la considerazione che una casa può dare. Anche qui l’alloggio per volontari è quasi pronto: una villa rispetto alle povere, se pur dignitose, capanne in cui vivono gli insegnanti. Non manca l’occasione di ridere con i ragazzi rimasti…