Sono partita per Calcutta con la convinzione di essere ben preparata al viaggio che mi aspettava. Conosco Bhalobasa da qualche anno ed avevo ascoltato molti racconti di persone che l’avevano visitata, avevo visto molte foto. Sono partita ben informata sull’India e sulla condizione di povertà di moltissimi suoi abitanti.

Ma l’India mi ha stupito già al nostro arrivo di notte e nel tragitto in macchina verso la parrocchia di Padre Orson che ci avrebbe ospitato.

Il giorno successivo al nostro arrivo siamo usciti a piedi per Calcutta e l’effetto che il vedere ha fatto su di me e su i miei compagni di viaggio é stato fortissimo. Sembra impossibile passare accanto a un bambino di pochi mesi addormentato su un cartone sul marciapiede e non fare niente. Sembra impossibile vedere una bambina curva sotto il peso di due recipienti pieni d’acqua e non aiutarla. Sembra impossibile la sera coricarsi senza fare niente per la famiglia con quattro bambini sotto i 6 anni che dormono sul marciapiede a pochi metri da noi.

La mia prima reazione é stata quello di odiare la città. Che posto é questo, mi dicevo, dove nessuno si cura di raccogliere la spazzatura che si accumula ai lati della strada, dove la cappa di smog é così spessa da impedire la visuale, dove i bambini dormono a pochi centimetri dal traffico in una cacofonia di clacson e motori. Che gente siamo tutti noi a permettere che ci siano persone costrette a vivere così.

La rabbia che ho provato era destinata a svanire la mattina dopo: abbiamo visitato la Mother’s House per partecipare alla messa insieme a molti volontari di varie nazionalità. La serenità e la gioia dei canti delle suore durante la funzione, la bella Omelia del Vescovo Plotti mi hanno contagiato. Percepivo un’energia positiva che emanava da quel luogo, un amore per il prossimo una voglia di fare che hanno risvegliato l’entusiasmo per le cose che stavamo per vedere.

Questa sensazione di armonia e passione si sono rinnovate ogni volta che ho avuto la fortuna di visitare strutture create per aiutare i poveri e gli emarginati e di conoscere le persone che le gestiscono. Il lebbrosario di Titagarh, la scuola di Morapai, per citarne alcuni, sono nel mio ricordo dei piccoli paradisi in mezzo alla disperazione.

Accanto all’entusiasmo e alla motivazione é riaffiorato spesso anche lo scoramento: le persone che hanno bisogno di aiuto sono talmente tante… impossibile non pensare che anche con il nostro più grande impegno riusciremo solo ad avere un impatto impercettibile sulla realtà di Calcutta e dei suoi dintorni. Ma come mi ha detto un compagno di viaggio, non dobbiamo avere la presunzione di cambiare le cose: importante é coltivare e concretizzare il desiderio di aiutare.

Quando arriva il momento di partire mi sento contenta di tornare a casa, ho voglia di mettermi al lavoro. Penso che sarebbe bellissimo se anche uno solo di quei bambini avesse un futuro migliore.

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