È uscito il 21 aprile, a cento anni dal Genocidio armeno, il libro “La Lettera a Hitler” (Mondadori) che ripercorre la vita e il pensiero dello scrittore tedesco Armin Theophil Wegner, attivista dei diritti umani che ha messo a rischio la propria vita per denunciare i maggiori crimini contro l’umanità del Novecento.

Chi era davvero Wegner, il cui nome in tedesco significa “viandante”, quasi una predestinazione?

“Si occupò degli armeni, degli ebrei protestando contro Hitler, denunciò i crimini sovietici… ha avuto per primo la capacità di comprendere il genocidio armeno, è stato uno dei primi tedeschi a capire cosa stava facendo Hitler con le leggi razziali, e a capire, proprio mentre stava diventando comunista, la deriva della Russia. La sua lettera a Hitler dovrebbe essere letta e riletta in tutte le scuole perché Wegner spiega un concetto semplice e chiaro: chi fa del male agli altri fa del male a se stesso. C’è una sua osservazione che mi piace molto: gli uomini fanno delle cose, come lui ha scritto la lettera a Hitler appunto, dimostrando quasi incoscienza rispetto alle conseguenze e lo fanno perché hanno una grande fiducia nell’umanità”

Grazie a te il concetto di Giusto si è ampliato notevolmente, ha acquisito un senso universale, laico, è diventato patrimonio culturale di tutti i Paesi europei ed è stata istituita la Giornata europea dei Giusti per le Nazioni che si celebra il 6 marzo di ogni anno. Chi sono i Giusti?

“Giusto è chi ha salvato la vita di un altro uomo dalle persecuzioni e dal genocidio: degli ebrei, degli armeni, dei ruandesi, del terrore stalinista… e non solo. È Giusto anche chi ha sostenuto la verità e i diritti umani e ha difeso la propria dignità mettendosi a rischio, non necessariamente di vita, dando prova di coraggio e indipendenza morale, agendo secondo la propria coscienza e non secondo la volontà dominante”.

Wegner era sicuramente un Giusto, quindi. Ma nel libro “La bontà insensata” e sul sito del Comitato per la Foresta dei Giusti- Gariwo Onlus che presiedi e di cui sei stato fondatore insieme a Pietro Kuciukian, si trovano anche storie di persone comuni, combattute, in difficoltà che malgrado tutto hanno fatto scelte che hanno cambiato la vita di molti. Storie che hanno cambiato la Storia.

“Certamente, non è mai facile fare una scelta di campo, discernere cosa è giusto mentre le cose accadono. I protagonisti di queste storie, tra l’altro, non sempre hanno percorsi esemplari. È proprio questo l’aspetto straordinario: ognuno di noi, in qualsiasi momento, può fare scelte da Giusto, essere Giusto, cambiare lo stato delle cose nella sua vita e nella sua comunità e orientarle verso il bene e la solidarietà. Faccio l’esempio di Giorgio Perlasca, fascista e militante nella guerra di Spagna dalla parte di Franco, che poi si autonominò console di Ungheria per salvare, con documenti falsi, centinaia di ebrei. Alla fine, seppur con fatica, dobbiamo avere questa consapevolezza, la verità del bene, la bontà di persone che non riescono a pensare solo a se stesse, che si staccano dal pensiero comune che va in una direzione di violenza e discriminazioni e che agiscono per proteggere e salvare altre persone, vincono. Questa è giustizia e la giustizia agisce soprattutto laddove non ci sono diritti o essi vengono calpestati”.

Con il Bhalobasa cerchiamo di fare proprio questo, di portare giustizia, di costruire diritti laddove sono negati. Le storie di tante persone che hanno migliorato la propria vita e che ora cercano di cambiare anche quella degli altri, nei Paesi in cui operiamo, ci spingono a continuare. Ma come possiamo essere più incisivi, anche nelle nostre realtà, e far capire e radicare sempre più l’importanza della cooperazione, della fraternità, della condivisione, del bene? La crisi e la fragilità sociale si fanno sentire.

“Rispondo con la frase della lettera sul bene di Salvatore Pennisi, della Commissione Didattica di Gariwo, alla sua figlia adolescente. Ciò che ci migliora è lo sforzo. E noi siamo sempre soggetti a miglioramento. Lo sforzo di fare il bene e di trasmetterlo, alle nuove generazioni e agli altri, è la cosa migliore da realizzare, state percorrendo la strada giusta. Un modo efficace di comunicarlo è quello, come fate voi, di raccontare storie, magari anche attraverso la creazione di un piccolo Giardino dei Giusti, una semplice realtà in cui piantare alberi che crescano insieme alla speranza e al cambiamento, in cui ritrovarsi, camminare, pensare e offrire ai giovani esempi concreti di persone che hanno fatto il bene e storie di persone che hanno visto la loro vita cambiare per il bene ricevuto”.

Simona Caroti

Può diventare giusto anche chi, una volta sola nella sua esistenza, in un unico giorno della sua vita, di fronte a un solo sopruso, a un solo uomo perseguitato, a una sola menzogna, ha il coraggio di rompere il conformismo e di compiere un solo atto di bene, di amore e di giustizia. Ciò che contraddistingue un atto di bene è il travaglio interiore e l’assunzione di responsabilità

Tratto da «La bontà insensata»

Gabriele_Nissim__2_827db000

Gabriele Nissim

wegner
Armin Wegner

giardino_dei_giusti_monumento

3 pensieri su “Conversazione con Gabriele Nissim

  1. Pingback: La fragilità del bene, convegno 25 anni - Bhalobasa

  2. Pingback: - Bhalobasa

Lascia un commento

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong> 

richiesto

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.