130 morti nel Canale di Sicilia.
Dov’è l’Europa?

Dal 2014, l’anno successivo alla più grande tragedia dell’immigrazione nel Canale di Sicilia, quando si è cominciato a documentare i viaggi della speranza (e del terrore) di queste persone, al giorno prima della tragedia di giovedì scorso, i morti e i dispersi nel Mediterraneo sono stati 23.135.
“Solo” quelli di cui siamo a conoscenza.

Giovedì sono stati 130 i morti in mare, in un’altra strage annunciata.
Tutte le autorità europee sapevano, da due giorni, che nel Canale di Sicilia c’erano 3 barconi messi in mare dai trafficanti libici.
Ma nessuno ha inviato navi per soccorrere queste persone in balia del mare grosso, prossime all’annegamento.

Possiamo fermarci un attimo per immaginare i loro ultimi pensieri? Le loro paure?
Un attimo.
Sapevano di dover morire e non c’era nessuno a salvarle.
Sapevano che non avrebbero rivisto chi amavano.
Sapevano che sarebbero annegate.
Se fa male immaginare è un bene. Crediamo che debba fare male.

La portavoce dell’Oim, l’organizzazione dell’Onu per i migranti, Safa Mshli ha detto: “Gli Stati si sono opposti e si sono rifiutati di agire per salvare la vita di oltre 100 persone. Hanno supplicato e inviato richieste di soccorso per due giorni prima di annegare nel cimitero del Mediterraneo. È questa l’eredità dell’Europa?”.

Per la prima volta, da molti anni, tre navi commerciali hanno deciso di unirsi alla Ocean Viking di Sos Mediterranee nella ricerca dei dispersi. Ma non sono state coordinate da nessuna delle centrali di soccorso. Nell’area sono passati velivoli di Frontex, ma nessun messaggio di allerta è stato diramato.

“Quando sarà abbastanza? Povere persone. Quante speranze, quante paure. Destinate a schiantarsi contro tanta indifferenza”, ha scritto Carlotta Sami, portavoce dell’alto commissariato per i rifugiati (Unhcr-Acnur).

Quando sarà abbastanza?
Oltre le nostre parole, oltre i numeri che servono per capire le dimensioni immani di una ecatombe senza fine, ci sono storie su storie, storie di vite che erano e avrebbero potuto essere, ogni volta che un barcone affonda.
Storie di famiglie spezzate, di bambini che volevano crescere, di donne che magari li avevano ancora in grembo.
Eppure restano solo corpi, corpi accarezzati dall’acqua, rimasti abbracciati stretti anche in fondo al blu più profondo. Uomini, donne e bambini che cercavano un futuro, proteggendosi a vicenda oltre l’ultimo respiro.

Naufragio, migranti, Mediterraneo.
Sono parole che sembrano scivolare velocemente, senza che quasi ce ne accorgiamo. Le leggiamo, le scriviamo, le ripetiamo, nella quotidianità.

Si levano, assurdamente, fazioni al cospetto di tragedie simili, laddove c’è invece bisogno di immediate soluzioni, di corridoi umanitari sicuri per persone che al sicuro non sono e meritano una vita migliore. Una vita.
Non certo una morte in fondo al mare, con la zavorra dell’indifferenza, senza che nessuno si sia neanche mosso per salvarle dalla morte.

“Nell’indifferenza generale del mondo è la similitudine tra ieri e oggi, non è tanto il triste fatto specifico, ma l’indifferenza con cui si chiude il mare, con i barconi degli immigrati che senza nome vengono dimenticati, annegano e il mare si chiude sopra. È il mare dell’indifferenza”.
Liliana Segre

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